Brianza, i diritti come variabile della ricchezza

05/02/2003


5 febbraio 2003

Articolo 18
Verso il referendum

            Brianza, i diritti come variabile della ricchezza
            Nella patria della piccola impresa flessibile e familiare il referendum non scalda i cuori

            Laura Matteucci
            MONZA «Anche le aziende piccole dovrebbero avere la possibilità di
            far ricorso alla cassa integrazione.
            Quello sì, è un supporto importante. Sul licenziamento invece non saprei,
            perchè in quel caso sei proprio a contatto col principale, con quello che ti ha licenziato, e poi anche con gli altri colleghi…Insomma, mi sa che alla fine ti renderebbero la vita impossibile. Allora, meglio andare a lavorare da un’altra parte». Già. E se il lavoro da un’altra parte non si trova? «Ah, be’,
            questo è vero. Adesso, poi, con tutta questa concorrenza di extra-comunitari che costano meno…».
            Marco Casiraghi, al suo trentasettesimo anno di lavoro nella stessa impresa
            grafica di Brugherio, questo problema non ce l’ha. Non l’ha mai avuto. Otto persone in tutto, «un’azienda familiare, dove siamo sempre andati d’accordo». Licenziamenti? Nessuno. Problemi, vertenze, screzi di qualche natura? Niente di niente.
            La Brianza è la più grande concentrazione imprenditoriale d’Italia, un modello di flessibilità e creatività che aveva suscitato l’ammirazione dell’ex
            cancelliere tedesco Khol: un enorme mobilificio a nord di Milano, ma non solo, perchè si fanno anche macchine e apparecchiature elettriche, meccaniche, si lavora il metallo. Sono circa 50mila le micro-aziende con al massimo cinque dipendenti, e altre 5mila con un numero di lavoratori variabile, tra sei e diciannove. Aziende di proprietà e conduzione familiare, dove prevale il paternalismo alle relazioni industriali. Sistema di basse tensioni sociali, dove ogni tanto c’è qualche esplosione. Adesso c’è l’articolo 18.
            «Io sono una militante dei Ds, e come militante sono sempre stata contraria al referendum – dice Simona, operaia metalmeccanica nella Brianza lecchese – Poi è successo che nell’azienda dove lavoro, diciotto
            persone in tutto, il padrone ne ha messe in mobilità tre, dicendoci chiaramente: così avrò più libertà di licenziare. A questo punto, io a
            votare ci vado, e ci vanno anche tutti i miei colleghi: e voteremo sì».
            Casi diffusi, in Brianza, quelli delle aziende che tirano tutta una vita di lavoro tra «buoni rapporti», coi colleghi e col principale, un «nido» senza conflitti, dove non entra il sindacato, dove quando si è finito di lavorare si va a cena tutti insieme, di licenziamenti senza giusta causa neanche a parlarne. Il referendum per l’estensione dell’articolo 18? Non è affatto scontato si sappia che cos’è. «Sì, ne ho sentito parlare in televisione, ma no, tra di noi non se ne discute mai – dice Sandro, 34 anni, tappezziere – Comunque, noi non abbiamo di questi problemi, lavoriamo e basta. Anzi,
            guardi: qualche anno fa abbiamo attraversato un momentaccio, crisi nera, di lavoro non ce n’era proprio, eppure il proprietario non ha lasciato a casa nessuno. Noi arrivavamo tutte le mattine, e pensavamo madonna che cosa farò oggi?
            Ci siamo inventati di tutto, pur di non stare con le mani in mano. E lui con noi, ha sempre cercato di aiutarci». E del referendum che ne dice? Andrà a votare? «Non lo so, ci devo pensare. Forse in effetti a qualcuno può servire…».
            Casi diffusi, ma «casa e bottega» non è sempre un idillio. Allo sportello vertenze della Cgil del comprensorio Monza e Brianza di vertenze «in opposizione ai licenziamenti in base alla legge 108», e cioè licenziamenti che riguardano aziende con meno di quindici dipendenti, nel 2002 ne sono arrivate 174.
            Nel 2001 erano state 129, nel 2000 un po’ di più, 146. L’anno scorso,
            in aggiunta alle 174 già citate, ne sono arrivate altre 42 che vanno
            sotto la denominazione di «licenziamenti disciplinari», quelli motivati
            perlopiù con litigi col proprietario, o con i colleghi. Il 40% circa delle
            vertenze si conclude direttamente negli uffici della Cgil, senza mai approdare in Tribunale.
            Tanto, non c’è molto da discutere: di riassunzione non se ne parla,
            e come risarcimento si va da un minimo di due mensilità e mezzo
            ad un massimo di sei. Quando va bene. Perchè poi ci sono anche le
            aziende che licenziano e spariscono nel nulla. Non è finita: nel 2002 le
            vertenze per la «mancata regolarizzazione del rapporto di lavoro»,
            per lavoro nero, insomma, sono state 133, in media con quelle degli
            ultimi anni. Carla Genitori, sulla quarantina, lavora in una maglieria di Muggiò, che prima era un’azienda industriale e adesso è diventata artigiana. Da venti e passa persone che ci lavoravano, fino a un paio di anni fa, ne sono rimaste sei: «Nooo, nessun licenziamento, se ne sono andati via, la maggior parte perchè erano arrivati alla pensione, altri hanno
            trovato di meglio, e in fabbrica non hanno più riassunto. Comunque,
            l’articolo 18 non lo devono toccare». D’accordo, ma il referendum
            per estenderlo alle aziende come quella dove lavora lei? «Quale
            referendum? Non ne so niente».
            Dopo una sommaria informazione: «Sa, noi di assemblee non ne
            facciamo, siamo poco informati.
            Comunque, non mi sembra mica sbagliato. Se l’articolo 18 vale per
            gli altri, deve valere anche per noi». Alberto Frascadore, che lavora in
            un piccolo caseificio ex Cademartori: «Non se ne parla molto,
            però a grandi linee si sa.
            Per me l’estensione va bene, magari c’è il problema di qualcuno
            che fa fatica, dittarelle, negozietti.
            Ma, insomma, sono casi limitatissimi». Francesco, carpentiere:
            «Da noi di licenziamenti ce ne sono stati solo dopo casi di furto,
            ma mi sembra pure giusto. Però, sono d’accordo con il referendum,
            perchè non dovrei? In fondo, si tratta di avere più diritti, che non
            fa mai male». Maria, operaia: «Sì, nelle ditte piccole c’è più familiarità,
            c’è il contatto diretto col padrone, in genere ci si dà del tu e va
            tutto bene. Però, c’è anche il rovescio della medaglia: perchè se ti
            prende in antipatia, per qualsiasi motivo, allora sei fregato…». «Il referendum? Non ci ho ancora pensato, però mi sa che alla fine sono
            d’accordo».

(3. continua)