Brescia, tutti occupati ma tanti squilibri

09/04/2002





Da un’indagine dell’Aib emerge la difficoltà a far incontrare domanda e offerta: decisivo il ruolo di immigrati e donne

Brescia, tutti occupati ma tanti squilibri

Franco Vergnano

(DAL NOSTRO INVIATO)

BRESCIA – Anche in un’area di piena occupazione come quella bresciana, l’introduzione di nuove forme contrattuali flessibili gioca la sua parte per far incontrare domanda e offerta di lavoro. Infatti gli addetti assunti con questo tipo di contratto rappresentano circa un terzo del flusso annuo, mentre la loro incidenza sullo stock degli occupati è poco più del 14%. Due terzi sono contratti di lavoro a tempo parziale, il cui peso percentuale è sì superiore alla media regionale e nazionale, ma ancora distante da quello che avviene in Europa. Questo è solo uno degli elementi di riflessione che emerge dalla ricerca «Trasformazioni e tendenze del mercato del lavoro nella provincia di Brescia» condotta dal Centro studi dell’Associazione industriale bresciana in collaborazione con il dipartimento di Scienze economiche della facoltà di Economia dell’università di Brescia. Il documento, discusso ieri a Brescia nel corso di un convegno, ha anche messo sul tavolo un efficace neologismo: si tratta di «flexicurity» che sintetizza le aspettative sia di flessibilità sia di sicurezza nutrite dai giovani. Il mercato del lavoro bresciano è caratterizzato dalla piena occupazione, ma con squilibri. In alcuni settori solo il ricorso agli extracomunitari (con punte del 30% nelle categorie degli operai meno qualificati) e alle donne riesce a ridurre il gap esistente tra domanda e offerta. Tra il 1993 e il 2000, gli occupati bresciani sono saliti di 38mila unità pari a un tasso di variazione medio annuo dell’1,2%, rispetto allo 0,6% della Lombardia. A questi vanno aggiunti 28mila posti che le aziende di Brescia hanno creato all’estero attraverso la delocalizzazione e gli investimenti per acquistare aziende straniere. La crescita è dovuta quasi totalmente all’espansione del terziario che ha compensato il calo degli addetti nell’industria e nell’agricoltura. Ecco quindi che il consolidamento delle attività nei servizi ha favorito l’emergere della componente femminile, riducendo così il differenziale negativo del tasso di occupazione delle donne bresciane rispetto alla media lombarda (dove però Milano pesa molto). Inoltre, la forte crescita della domanda ha agevolato l’ingresso dei giovani ma la maggior rapidità con la quale passano dalla scuola alla fabbrica incide sul livello di istruzione che è inferiore a quello medio delle altre province lombarde. Va sottolineato che l’offerta di impiego è cresciuta meno della domanda (+22mila unità pari a un tasso medio annuo dello 0,4%) e sul suo andamento ha influito negativamente la diminuzione del tasso di natalità: a fronte di 100 persone che vanno in pensione, solo 86 sono in teoria pronte a sostituirle. Quindi solo il ricorso all’immigrazione e alle donne riesce a mantenere un minimo di equilibrio del mercato provinciale. Cominciamo da questo secondo elemento. Il ricorso alle risorse femminili ha sgonfiato l’area dell’inoccupazione riducendo il tasso di disoccupazione delle donne, che rimane comunque ancora sopra la media regionale. Il ricorso agli extracomunitari ha invece alimentato un flusso migratorio: oggi i lavoratori provenienti dall’estero rappresentano il 5% dell’occupazione industriale, anche se la distribuzione non è omogenea. Il rapporto ha messo in evidenza come uno sviluppo del sistema economico provinciale verso attività industriali a maggior valore aggiunto e un potenziamento dei servizi richiede investimenti nell’ammodernamento delle strutture, nell’innovazione e nella formazione del capitale umano. Ma per investire – mette in evidenza la ricerca – bisogna cambiare, tra le altre cose, anche le regole del mercato del lavoro in modo da rendere conveniente alle imprese destinare maggiori risorse per accrescere il livello professionale dei propri dipendenti e a questi ultimi di investire sulle competenze da spendere nel mercato del lavoro. E le regole attuali – ha denunciato Aldo Bonomi, presidente dell’Aib – non sembrano agevolare questi processi: le aziende sono restie a investire sulla professionalità dei dipendenti data l’alta probabilità che, una volta formati, questi si mettano in proprio o passino alla concorrenza. I dipendenti per imparare quello che non possono apprendere sul posto di lavoro devono farlo a proprie spese fuori dall’orario di lavoro. C’è insomma un gap della formazione professionale che non sa mettere d’accordo le aspettative dei giovani con le esigenze delle aziende. Il risultato? Gli investimenti in formazione sono modesti. Cambiare le regole del mercato del lavoro – è stato detto – significa renderlo flessibile per consentire un accesso il più ampio possibile a tutti i soggetti. In primo luogo alle donne che sono costrette a restarne fuori oppure ad uscirne in maniera prematura proprio per la mancanza di forme contrattuali o condizioni di lavoro che rendano compatibile la vita e la carriera lavorativa con gli impegni familiari.

Martedí 09 Aprile 2002