Bové va in carcere sul suo trattore

20/06/2002

20 giugno 2002



Il leader no global in cella per un assalto a McDonald’s

Bové va in carcere sul suo trattore

      DAL NOSTRO INVIATO

      MONTPELLIER (Francia) – Parcheggiato il trattore, travestito da carcerato (tuta blu a righe bianche orizzontali), nello zaino la famosa pipa regalata dal comandante Marcos, accompagnato dal potente coro della folla –
      Chirac en prison, José à la maison -, alle 16 di ieri José Bové è finalmente entrato nel carcere di Villeneuve-lès-Maguelone, alla periferia di Montpellier. I gendarmi lo aspettavano dalle 8 del mattino, così come era previsto dall’ordinanza. Lui ha deciso che non c’era fretta. Il portavoce della Confédération paysanne (sindacato degli agricoltori e allevatori) e leader no global aveva ricevuto lunedì l’ordine di presentarsi in prigione, a scontare la pena di tre mesi di carcere per avere assaltato il ristorante McDonald’s in costruzione a Millau il 12 agosto 1999. «Il primo gesto del nuovo governo Raffarin è una provocazione contro il movimento anti-globalizzazione: in galera ci vengo, ma in trattore», la risposta.
      Ieri mattina alle 6 Bové è uscito sull’aia della sua fattoria di Potensac, nel Larzac, dove con la moglie Alice alleva le pecore che danno il latte per il formaggio Roquefort. Maglietta con scritta
      La via campesina , cappellino Ustke (sindacato kanak della Nuova Caledonia), jeans Levi’s e sandali, Bové posa qualche minuto per i fotografi, ribadisce di considerarsi «un prigioniero politico», poi sale sul suo possente International rosso e parte per Montpellier.
      Dietro di lui cinque trattori della
      Confédération paysanne , qualche camion dell’associazione Emmaüs, auto di amici e militanti e il corteo dei media: da percorrere 140 chilometri sulle stradine di campagna del Massiccio Centrale, senza superare i 25 km orari. La carovana è guidata dai gendarmi in moto. «Come al Tour de France», ridacchia Léon Maillé, che è uno dei nove agricoltori incriminati con Bové, e che non riesce a spiegarsi perché in prigione debba andarci solo il capo.
      Il corteo attraversa i paesini dell’Aveyron, poi dell’Herault. In ogni villaggio la gente per strada applaude, molti si affacciano alle finestre e salutano Bové con il pugno chiuso, le dita a «V» in segno di vittoria o con un più yankee pollice alzato. Lui dal trattore si sbraccia per salutare tutti, capisce che ce l’ha fatta: l’arresto sta diventando la sua manifestazione più spettacolare. Alle 12.30, Bové rispetta l’annunciata «tappa panino» nel parcheggio di un supermercato. La prigione dista 4 chilometri. E’ il momento dell’abbraccio con i militanti venuti ad accoglierlo, e dei collegamenti in diretta con i Tg delle 13. «Non ho il ritorno in cuffia», si lamenta prima di andare in onda. Però le frasi escono fuori chiare: «Rifarei quello che ho fatto. Gli Usa avevano aumentato del 100% le imposte sul Roquefort, dopo che l’Europa aveva osato proibire la loro carne agli ormoni. Vogliono distruggere il nostro modo di vivere. In carcere farò lo sciopero della fame». Jean-Louis Debré, probabile presidente della nuova Assemblea nazionale, è indignato: «Basta con questa commedia». Ma il primo a contaminare la vicenda giudiziaria con preoccupazioni mediatiche è stato Paul-Louis Auméras, il magistrato di Montpellier che il 16 aprile scorso rimandò l’arresto «per non inquinare il dibattito elettorale».
      «José, dobbiamo andare», dice alle 14 Jean-Emile Sanchez, un altro degli incriminati. La carovana si rimette in marcia, adesso i manifestanti saranno un migliaio. I trattori si fermano a qualche centinaio di metri dal carcere, c’è ancora tempo per l’ultima trovata: Bové e i nove compagni si infilano il travestimento da carcerati. «Devono metterci dentro tutti», gridano. Un amico trascina il gruppo in catene, sulla faccia la maschera di gomma di Chirac: va in scena la vittoria del Presidente. Gli uomini incatenati marciano a piedi verso l’entrata, i detenuti li vedono, sventolano le lenzuola e invocano dalle sbarre «José, José!». Entra solo lui, i compagni non riescono a farsi arrestare. La folla canta l’Internazionale, «Ridatemi Asterix o assalto il carcere», grida un finto Obelix. Le lacrime di Alice Bové, invece, sono vere.
Stefano Montefiori


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