Botte al tempo del mobbing

21/12/2000

21 Dicembre 2000




Botte al tempo del mobbing
MILANO-ENNA Guai andare dal sindacato per far valere i propri diritti. Due storie di padroni un po’ "impulsivi"
LUCA FAZIO – MILANO

Laddove il mobbing è addirittura un lusso – da Milano fino ad Enna -, se per protesta ti rivolgi al sindacato prima ti picchiano per bene e poi ti licenziano in tronco. E se sei straniero e senza permesso di soggiorno, ti sbattono anche fuori di casa. Succede a Milano, piena occupazione o quasi. E succede ad Aidone, provincia di Enna, piena disoccupazione o quasi, dove in qualche caso per essere licenziati dal padrone basta l’iscrizione al sindacato (come è capitato qualche settimana fa a un’operaia tessile di Valguarnera, poi riassunta solo perché l’episodio clamoroso aveva suscitato anche lo sdegno di Sergio Cofferati, segretario generale della Cgil).
Pavel, 43 anni, quattro figli da mantenere in Romania, lavorava in nero presso un’impresa di posa marmi che attualmente gestisce un appalto pubblico dell’Università Statale di Milano, che in teoria dovrebbe avere anche l’obbligo di non chiudere entrambi gli occhi su quanto succede ai lavoratori di un
suo cantiere. E’ successo che Pavel (i suoi padroni avevano semplicemente omesso di pagargli lo stipendio) abbia avuto il coraggio di rivolgersi al sindacato per denunciare la sua situazione e chiedere tutele, correndo il rischio – che corre tuttora – di essere rispedito nel suo paese: perché Pavel è quello che, in politichese corrente, si dice un "immigrato clandestino". L’iniziativa non è piaciuta al padrone, che si è rivalso mandando "qualcuno" a casa del muratore rumeno. Non è stata una discussione, sono state botte. E da quel giorno Pavel non sa nemmeno dove andare a dormire, perché il padrone era padrone anche di quella stanza che condivideva con altri tre muratori rumeni. Giorgio Vanoli, segretario generale della Fillea Cgil, ha il tono seccato di chi, inascoltato, da mesi racconta quello che succede nei cantieri di Milano e provincia. "Nei cantieri milanesi – spiega – ci troviamo di fronte a un sistema organizzato scientificamente che non ha eguali in Italia. Da tempo abbiamo chiesto una task-force per poter risalire alla fonte da dove proviene quella montagna di denaro che serve a pagare il lavoro nero: solo a Milano e provincia stiamo parlando di un giro d’affari illeciti che si aggira attorno ai mille miliardi". E l’illegalità dei subappalti nei cantieri è una situazione così diffusa che anche in questo caso – con lavori aperti in pieno centro a Milano – è complicato risalire all’azienda committente. "Impugneremo il licenziamento, pretenderemo il pagamento dei contributi e delle retribuzioni, e valuteremo se ci sono gli estremi per una denuncia penale", promette Vanoli.
Ha invece un nome, un cognome e anche un indirizzo l’imprenditore che ad Aidone (Enna) ha picchiato un ragazzo di 21 anni che si era stufato di lavorare in nero: 14 ore al giorno per 900 mila lire, arrotolate in mano una volta al mese. Il padrone, che gestisce la pizzeria Cordova, si chiama Giovanni Terranova e avrebbe perso la testa dopo che un cameriere aveva segnalato l’irregolarità del suo rapporto di lavoro alla Cgil di Enna. In questo caso, dopo le botte e il licenziamento – Massimo Guttadoro, dopo due anni di lavoro nero, è anche finito all’ospedale con lesioni a una mano – la faccenda è passata nelle mani dei carabinieri che hanno raccolto la denuncia. "Si tratta di un episodio gravissimo – commenta Emanuele Velardita, dell’ufficio vertenze della Cgil di Enna – che ci auguriamo venga adeguatamente sanzionato. Quanto a noi, faremo di tutto per andare fino in fondo".