Boom disoccupati, non basta più il titolo di studio

27/05/2010

Una ragazza, appena laureata in scienze della comunicazione, ha scelto qualche anno fa di fare il biennio di specializzazione di una scuola di giornalismo romana. I suoi genitori hanno staccato un assegno di circa 20 mila euro per iscriverla ai corsi. Dopo 42 esami che duplicano quelli di tre facoltà diverse (la sua, giurisprudenza e scienze politiche), è diventata giornalista professionista ottenendo anche un master. È la storia di successo che la riforma universitaria denominata Berlinguer-Zecchino, più nota come «3+2», avrebbe voluto trasformare in realtà diffusa. E in un certo senso c’è riuscita se l’età media della laurea è scesa a 25 anni dai 27,1 del 2001, anno in cui la riforma entrò a «regime».
Si tratta, tuttavia, di un successo effimero. Lo stesso rapporto ammette oggi che l’occupazione a tre anni dalla laurea è scesa di 8,6 per cento, mentre a cinque anni la percentuale si riduce al 3,8. Secondo il rapporto annuale Istat presentato ieri a Roma, il tasso di disoccupazione giovanile è il più elevato di quello europeo (19,8 per cento). Il titolo di studio non basta più a proteggersi dalla crisi che ha colpito innanzitutto gli atipici. In questa condizione è poco rilevante che il numero degli stage si sia triplicato come afferma il rapporto Almalaurea. L’abnorme numero dei master, di cui quello sul giornalismo è tra i più costosi, non ha raggiunto il proprio obiettivo.
Una situazione che andrà ad aggravare la condizione degli attuali studenti-lavoratori. Nell’università del pre-riforma erano mosche rare. Oggi sono la realtà. Già tra il 1998 e il 2004, infatti, erano aumentati dal 47 al 68,2 per cento. Coloro che non riusciranno ad agganciare il loro percorso formativo alla specializzazione dovranno studiare per almeno dieci anni per avere una posizione sul mercato del lavoro. E saranno solo all’inizio del tunnel. Se prima della crisi li aspettava in media un decennio di precariato, oggi tale periodo si allunga in maniera non ancora definibile.
Restringere tuttavia la portata di questo fallimento solo all’occupazione, per di più in un paese in cui per l’Istat esiste una «bassissima propensione delle imprese ad attivare nuovi posti di lavoro», sarebbe parziale. Il Consiglio universitario nazionale ha diffuso ieri la notizia che nella ricognizione sull’offerta formativa del 2010 sono stati eliminati 469 corsi di laurea. Un’operazione annunciata dal Miur nel 2008. Da 5.460 corsi di laurea siamo passati a 4.986. La moltiplicazione dei corsi di laurea è stato un altro degli effetti della riforma dei cicli didattici. Si ritorna alle vecchie lauree a ciclo unico – come medicina o giurisprudenza – una volta constatato che l’esigenza di professionalizzazione della riforma ha favorito una dequalificazione dei laureati.
A complicare uno scenario in via di implosione si aggiunge la protesta contro l’annunciata Riforma Gelmini. Il preside della facoltà di Lettere di Palermo Vincenzo Guarrasi il 21 maggio scorso ha inviato una comunicazione ai componenti del consiglio di facoltà in cui annuncia di vedersi costretto a sospendere le procedure per le immatricolazioni al primo anno. Nella facoltà sono 29 i professori ordinari, 33 gli associati e 61 i ricercatori ad essersi dichiarati «indisponibili» a ricoprire carichi didattici aggiuntivi. Non sarà l’ultima a prendere questa decisione.