Bonanni: la politica non ce la fa Patto tra forze sociali, tocca a noi

31/05/2010

ROMA — «C’è la manovra, pesante e necessaria. Ma non abbiamo ancora risolto niente. E che lo debba dire io che sono un sindacalista…». Raffaele Bonanni appoggia Emma Marcegaglia. «Serve un patto tra sindacati, imprese, commercianti, artigiani emondo cooperativo, per dire dove vogliamo andare, che Italia vogliamo dopo la crisi», dice il segretario della Cisl. «Serve — aggiunge — perché la nostra classe dirigente, come dimostrano le reazioni alla manovra, è inadeguata. E perché questa politica non ce la fa. Berlusconi fatica a far capire ai suoi che servono scelte coraggiose ed equità. Bersani non ce la fa a dire, con equilibrio, cosa va bene nella manovra e che cosa non va. Errani e Formigoni non spiegano che l’Emilia-Romagna e la Lombardia non sono l’Italia della sanità». Il segretario della Cisl è preoccupato per il futuro. «La Ue resta attaccabile dalla speculazione: è debole, non ha un governo, la Bce non è una vera banca centrale. L’Italia, in Europa, è l’unico grande Paese in condizioni precarie: negli ultimi vent’anni nessuno l’ha gestita, e le negligenze del governo e degli enti locali hanno prodotto un debito che ci porta più vicini alla Grecia che alla Francia».
Dopo aver avuto con la Confindustria un ruolo chiave nella definizione della manovra, il sindacato è quindi pronto a prendersi altre responsabilità. «Cosa c’è dopo la manovra? Come vogliamo il futuro? L’avevo già detto alle assise di Parma: siamo noi che dobbiamo raccogliere la sfida. Guardate le reazioni al decreto. Abbiamo accettato grandi sacrifici sul pubblico impiego, ma vedo i dirigenti e i magistrati inferociti e aggressivi. Con la maggioranza che cerca in tutti i modi di rientrare e l’opposizione che cavalca la protesta. Ha ragione la Marcegaglia, dobbiamo unirci. Non contro qualcuno, ma per dare forza a chi ha voglia, per aiutare la politica migliore, nella maggioranza e nell’opposizione», insiste il segretario della Cisl. Lanciando un appello alla Cgil di Guglielmo Epifani.
«Undici scioperi generali di questi tempi pesano, sulle aziende e sulle buste paga. Epifani va in piazza insieme alla politica, mentre noi trattiamo anche per lui. Lui protesta contro la manovra e io sabato la spiego a tremila quadri e funzionari del mio sindacato, poi vado in tutte le province d’Italia a motivare i nostri sì e i nostri no. Epifani dovrebbe assumersi responsabilità e moderare i giudizi: tanto più sarà capace di farlo, tanto più la controparte sarà indotta a fare altrettanto».
Aiuterebbe anche il patto con le imprese, che per Epifani potrebbe essere «l’ultimo treno». «Noi siamo già in marcia. A questa manovra abbiamo dato un contributo importante, abbiamo avuti contatti continui con Tremonti, che una visione ce l’ha. E anche coraggio, come quello di cambiare idea. Le misure per combattere l’evasione, con la tracciabilità del contante e la fattura telematica le ho chieste io», ricorda Bonanni. Che non nasconde delusione, «perché sulla lotta all’evasione è calato un silenzio omertoso. Il governo l’ha accettata, ma non la spiega ai suoi elettori, per paura di perdere consensi. Mentre l’opposizione tace, ha vergogna delle sue colpe passate».

Va bene anche il taglio alla spesa pubblica. «Non ce l’ho con le Province, ma qui nessuno dice che se vuoi far funzionare il federalismo prima devi disboscare, sennò si finisce solo per mettere una bandiera sulla stratificazione di enti, competenze e irresponsabilità che hanno fatto esplodere la spesa. Abbiamo il federalismo più spinto e più incasinato d’Europa. Una confusione inverosimile: 7 mila società comunali, gestite da 25 mila amministratori, quasi tutti politici trombati, che non rendono conto a nessuno. Lo sviluppo non significa solo investimenti». Lo Stato, aggiunge Bonanni, deve spendere meglio e meno. «Il riordino degli enti previdenziali mi sta bene», dice. E «pazienza» se il primo a cadere sarà il suo migliore amico, Rino Tarelli, presidente dell’Istituto di previdenza per i lavoratori delle Poste, che finirà nell’Inps.