Bologna tutto-Coop dal taxi alla spesa

01/10/2007
    lunedì 1 ottobre 2007

      Pagina 8 – Primo Piano

      Inchiesta
      Le città della Coop/2

      Bologna tutto-Coop
      dal taxi alla spesa

        PAOLO BARONI
        inviato a bologna

          Le coop a Bologna sono un po’ tutto, dal taxi della Cotabo che ti accoglie alla stazione ai quasi 30 supermercati con le insegne di Coop e Conad, sino ad alcuni dei cantieri più grandi della città. Ma sotto le Due Torri per cogliere appieno il potere delle coop più che ai numeri ed alle poltrone occorre badare alle relazioni ed ai rapporti, a cominciare da quelli politici che partono dal vecchio Pci ed arrivano ai Ds. Il collante è rappresentato da quello che Guidalberto Guidi, uno degli imprenditori privati più in vista della città, chiama «humus comune». Ma «rispetto a 20 o 30 anni fa – spiega l’ex vicepresidente di Confindustria – la situazione è cambiata molto: quel cordone ombelicale che legava cooperative, sindacati e amministratori si è attenuato di molto. E se guardiano al settore industriale, quello che io conosco meglio, va detto che nell’ambito di Legacoop ci sono fior di imprese e manager molto preparati».

          I numeri ufficiali del «gigante rosso» però fanno impressione: Legacoop Bologna associa 270 imprese e grazie a colossi del calibro di Unipol, Granarolo, Consorzio servizi, Camst, Coop Adriatica, Manutencoop e Ccc vale la bellezza di 13,5 miliardi di giro d’affari, un quarto del fatturato nazionale dell’intero sistema. Gli occupati sono 35.600, i soci sono più di 1 milione e 100 mila. «Se giri per Bologna contro qualche cooperatore ci vai a sbattere per forza, perché qui la cooperazione è una roba vera» spiega il presidente della Legacoop regionale Paolo Cattabiani. Che nella polemica aperta dal patron di Esselunga Bernardo Caprotti contro lo strapotere della Coop «rivendica con orgoglio il legame col territorio: è una ricchezza, un valore, per noi come per loro credo». Non la pensano allo stesso modo gli esponenti emiliani del centrodestra, dall’azzurra Isabella Bertolini all’Udc Carlo Giovanardi: da anni denunciano il «conflitto di interessi» che investirebbe cooperative, politica e amministratori locali. Quello che il direttore dell’Istituto per la trasparenza degli appalti, Ivan Cicconi, ai tempi di Mani pulite aveva definito «rito emiliano», ovvero l’impossibilità di definire una linea di confine tra dove finisce la cooperativa e dove inizia il partito. E che oggi, spiega, «si è trasferito pari-pari in quel reticolo di società di diritto privato controllate dagli enti locali. Tutte società libere di fare affari come e con chi vogliono».

          A Caprotti e Forza Italia che parlano di una quota del 60-70% della grande distribuzione in mano «ai rossi», dalla Lega regionale replicano con tutt’altre cifre: «se si guardano le sole vendite di alimentari, la fetta più importante del fatturato Coop, a Bologna siamo al 22-23%. Roba normale insomma, come nel resto della regione». Idem per gli appalti: invece del 23% di gare vinte (37,5% nei grandi lavori) nel decennio 1996-2005 in regione le coop non andrebbero oltre l’8% (16% in termini di valore), quota che sale al 25% per i grandi lavori, settore dove però le cooperative sono ben 13 su 21 grandi imprese e rappresentano quindi il 62% del totale. Come ha ammesso anche lo stesso presidente nazionale di Legacoop Giuliano Poletti «a Bologna la cooperazione è cresciuta di più sotto l’amministrazione di Giorgio Guazzaloca che sotto quella dei suoi predecessori di sinistra». E con Cofferati come va? Molto dipenderà dalle prossime gare sulle quali pende, ovviamente, la candidatura del potente Ccc, il Consorzio cooperativo di costruzioni, che nel 2006 in Emilia Romagna ha vinto ben 12 gare per un totale 129 milioni di lavori e che ora punta ai lavori del «people mover» che collegherà stazione ed aeroporto (valore 90-100 milioni di euro), alla nuova metropolitana (350-400 milioni) ed al passante Nord dell’autostrada (900 milioni).

          «In tutte le situazioni in cui c’è una forte discrezionalità da parte delle amministrazioni nelle valutazioni è fuori discussione che il sistema coop abbia la meglio – spiega il Carmine Preziosi, direttore di Ance Bologna-Collegio costruttori edili – quando invece ci si misura solo sul prezzo perdono. Certamente le cooperative hanno una notevole capacità imprenditoriale, ed anche noi abbiamo qualcosa da imparare da loro, che poi questo sia il prodotto di una effettiva efficienza del sistema piuttosto che di rapporti più fluidi con l’amministrazione francamente non sono in grado di dirlo».

          Inevitabile che, in una situazione del genere, le imprese private cerchino di lavorare assieme alle coop, anche se come spiega Preziosi «non sempre ci riescono». Con la nuova sede degli uffici comunali all’ex Mercato ortofrutticolo è andata bene, mentre la gara per i nuovi uffici della Regione in zona Fiera è stato vinta in solitudine da Manutencoop.

          Coop pigliatutto? «Teoria falsa», rispondono a Bologna. «Ma dov’è tutto questo potere delle coop? Il presidente della Camera di Commercio è Giancarlo Sangalli della Cna, il nuovo presidente dell’aeroporto è Giuseppina Gualtieri un’economista industriale, alla Fiera c’è il presidente di Confindustria Luca Montezemolo». Ed in effetti nelle società pubbliche gli uomini coop non sono molti, ma certamente sono ben scelti.

          L’ex direttore generale della Cmc Francesco Sutti guida l’Atc (trasporti pubblici), Fabio Carpanelli (ex Ccc) presiede l’Autostazione spa, mentre nel cda della multiutility Hera siedono il presidente di Granarolo Luciano Sita e quello del Ccc Piero Collina. Il segretario generale di Camst (ristorazione) Marco Minella è nel consiglio della Fiera. Il presidente dell’Unipol Pierluigi Stefanini è invece nel cda della Sab (aeroporto Marconi) e nel consiglio della Camera di Commercio, dove in giunta siede anche il presidente di Legacoop Bologna Gianpiero Calzolari. Che in quanto tale sta anche nel consiglio della Fondazione Carisbo. In Comune, Provincia e Regione la musica non cambia: i consiglieri legati al movimento si possono contare sulle dita di una mano. «Non ne hanno bisogno» commenta caustico il consigliere regionale di Forza Italia Andrea Leoni. «Singoli dirigenti partecipano all’attività politica? Certo, mica possiamo cancellare i diritti civili – osserva Cattabiani -. Ma questo non può dare titolo a nessuno di strumentalizzare quello che facciamo. E poi fra un po’ nelle nostre imprese avremo tutta una leva di operai, impiegati e quadri che non hanno conosciuto nè il Pci, nè il Psi o la Dc semplicemente perché quando sono nati questi partiti non c’erano più. E questa sarà la generazione che completerà un processo definitivo di crescita culturale dell’organizzazioni». Per certi versi la fine di un’era.