Bologna. Sulle tavole dei poveri ciò che l’iper non vende

16/01/2003





        giovedì 16 gennaio 2003

              Sulle tavole dei poveri
              ciò che l’iper non vende
              BOLOGNA — C’è un’Italia che tutti conoscono che compra, divora, spreca e getta senza soluzione di continuità. E c’è un’altra Italia, che si vede pochissimo ma che non è poi così piccola, dove la bistecca è ancora un lusso e la merendina al cioccolato un miraggio. C’è l’Italia dei consumi enormi e quella che ha come unica moneta da spendere la voce per dire grazie.
              L’idea
              E’ in un piccolo spicchio di questo problema planetario che si è inserita l’idea di sette studenti della facoltà di agraria dell’università di Bologna e del loro professore Andrea Segrè (nella foto), nata a margine delle lezioni di Economia Agroalimentare. Nella catena dalla produzione al consumo si vengono a formare eccedenze per le più disparate ragioni, ma senza scomodare le macro-regole del capitalismo avanzato, è nei settori della ristorazione e — soprattutto — della grande distribuzione che lo spreco è effettivamente tale, senza attenuanti.
              Pensate a un ipermercato. Fra i circa cinquantamila prodotti che mediamente espone, ce ne sono alcuni che non vengono acquistati perché a pochi giorni dalla scadenza, altri che vengono destinati all’inceneritore solo perché si danneggia la confezione (è il caso delle scatolette che cadono dai camion scaricandole e si ammaccano), altri ancora che semplicemente non vengono venduti perché in un certo periodo non ‘vanno’. Smaltire questi prodotti ha un costo vivo, oltre a quello ‘morale’, per gli ipermercati, che devono rivolgersi ad aziende di stoccaggio o alle Nettezze Urbane. Ed ecco la piccola grande idea del gruppetto di studenti, che ha fondato la onlus Last Minute Market: fare da intermediari fra gli ipermercati e le associazioni di volontariato che gravitano sul territorio, per consentire che lo ‘spreco’ finisca sulle mense dei poveri, sulle tavole delle famiglie meno abbienti dei quartieri, agli enti che si prendono cura degli animali abbandonati.
              Una certezza avevano i ragazzi e il loro prof. Che «le idee che non si incarnano non sono tali». Così è nato il progetto «Everyday.eat»: Dopo alcuni mesi di formazione e di stesura del piano, sono decollati negli iper gestiti da due colossi bolognesi, la Coop Adriatica e la Conad, i programmi di raccolta degli invenduti. Alla grande distribuzione si chiede solo di destinare un dipendente, per due ore ogni mattina, all’accumulo del ‘non più vendibile’ in un angolo del piazzale di carico e scarico delle merci. Attorno alle 10 arrivano, quasi sempre com mezzi propri, i volontari delle associazioni che stipano tutto il possibile nei bagagliai e lo portano a destinazione.
              Modello esportabile
              Uno dei punti di forza del Last Minute Market è, infatti, la ‘territorialità’, per evitare che centinaia di chilometri e alte spese di trasporto mandino in tilt il meccanismo. Così, dieci polli che un iper ‘scarta’ alle 8 di mattina, a mezzogiorno sono già cucinati nei centri di accoglienza, nelle case-famiglia, nelle ceste che i volontari portano nelle tendopoli dei profughi.
              Il professor Segrè ha calcolato che ogni giorno l’1,5 per cento del fatturato di un supermarket è destinato alla distruzione. Si dirà che le opere di carità sono sempre esistite e sempre esisteranno, ma il merito del «Last Minute market» è di aver creato un modello scientifico del passaggio fra profit e non profit, esportabile ovunque proprio per la sua dimensione ‘raccolta’. L’associazione ha già trovato un partner importante, il Banco Alimentare, che allargherà l’esperimento anche in altre città. «Aumentare il numero di ipermercati, che in Italia sono più di 500 — spiega il professor Segrè — significa un parallelo incremento delle persone che possono beneficiare di assistenza alimentare. Ma anche la creazione di posti di lavoro per chi gestisce il progetto».
        di Rita Bartolomei
        e Nicoletta Rossi