Bologna. Lavoro precario: irregolari 18 contratti su cento

18/01/2006
    mercoledì 18 gennaio 2006

      Pagina II - BOLOGNA

        Lavoro precario: sono irregolari 18 contratti su cento

        Una ricerca dell’Ires-Cgil: impieghi in nero nell’87% delle aziende visitate dall’Inps. A termine tre assunzioni su quattro, in due casi su dieci si tratta di assunzioni interinali

          di Antonella Cardone / Bologna

            Più precario, più difficile da difendere e persino più insicuro per la salute. È una fotografia impietosa quella del mondo del lavoro bolognese scattata dall’Istituto ricerche economiche e sociali della Cgil (Ires) e presentata ieri a Bologna nel corso del sedicesimo congresso provinciale del sindacato.

              Pur rimanendo stabile il livello di occupazione (424 mila addetti, in crescita nei servizi) anche la nostra ricca provincia sconta la congiuntura economica negativa italiana: lo scorso anno 3.452 lavoratori hanno vissuto sulle proprie spalle la crisi di 151 aziende, soprattutto (71) del metalmeccanico.

                Pesa invece sui più giovani la riforma del mercato del lavoro che con la Legge 30, spacciata dalla maggioranza come Legge Biagi, ha introdotto e permesso la diffusione di forme di contratto «usa e getta». Il lavoro «vero» – con un contratto da dipendente assunto a tempo indeterminato – è sempre più una chimera, dice la ricerca Ires. Tre nuove assunzioni su quattro nel 2002 sono state firmate con un contratto a termine; di tipo interinale due volte su dieci; con contratti di apprendistato o di formazione e lavoro per l’11% dei casi. Andando con la memoria al 1995, il 70% delle nuove assunzioni veniva fatto con contratti «veri».

                  Per non parlare del lavoro nero: in ben l’87% delle imprese visitate dall’Inps nel 2004 sono state riscontrate irregolarità (era il 72% nel 2002), mentre oltre il 23% di esse risultavano addirittura sconosciute. Monetizzando il fenomeno, si tratta di più di 13 milioni di euro sfuggiti a fisco ed enti previdenziali. Ci si trova così ad avere 18 lavoratori su cento la cui busta paga ha delle irregolarità (erano dieci su cento nel 2002), e 13 lavoratori su cento di cui l’Inps non conosce nemmeno l’esistenza (il 6% quattro anni fa).

                    E precarizzazione e lavoro nero messi assieme figliano infortuni sul lavoro: se ne sono registrati 28.400 solo nel 2004. Si tratta di 40 incidenti ogni mille lavoratori.

                      Questo perché spesso i lavoratori hanno contratti talmente precari e brevi da non avere nemmeno il tempo di studiare tutte le regole di sicurezza vigenti sul posto di lavoro. L’enorme aumento degli incidenti (erano 24 mila nel 2001), si compensa con un calo degli infortuni mortali: 21 nel 2004 contro i 36 del 2000, che avvengono soprattutto nell’industria estrattiva, nelle costruzioni e nei trasporti. Gli incidenti meno gravi sono nella sanità, nelle vetrerie, nelle ceramiche, nelle aziende di acqua e gas.

                        Lavoro più precario vuol dire anche meno strumenti per difendersi dagli abusi. Facendo sempre meno ricorso al sindacato, visto che aumentano di molto le controversie denunciate dai singoli lavoratori. E spesso si ha troppa paura di lottare per difendere i propri diritti: di cento denunce presentate nel 2004 alla Direzione provinciale del lavoro, 66 vengono fatte solo alla fine del rapporto di lavoro.

                          Eppure il sindacato a Bologna porta a casa dei lavoratori molto successi: dal 1991 al 2004 sono stati registrati più di cinque mila accordi aziendali, in maggioranza (due mila e settecento) di tipo acquisitivo, cioè per conquistare qualche diritto in più rispetto alla contrattazione nazionale.

                            In questo senso si è raggiunto un miglior trattamento economico (nel 23% dei casi), migliori orari di lavoro (15%), più rispetto dei diritti nei rapporti sindacali (17%). Gli accordi difensivi – 2200 quelli sottoscritti in otto anni – hanno riguardato invece la difesa del posto di lavoro (cassa integrazione, contratti di solidarietà, sospensioni), un terzo rappresenta accordi di espulsioni e licenziamenti collettivi, un altro 20% la riorganizzazione del lavoro per orari e trasferimenti.