Bologna è il laboratorio dello scontro nel sindacato

08/10/2002



          8 ottobre 2002


          ITALIA-LAVORO


          Bologna è il laboratorio dello scontro nel sindacato
          Chiara Unguendoli


          (NOSTRO SERVIZIO)

          BOLOGNA – Piattaforme separate: Cgil da una parte, Cisl e Uil dall’altra. Nelle principali aziende bolognesi del settore metalmeccanico è questa la prospettiva che si sta affermando. In vista dei rinnovi contrattuali i rapporti tra i sindacati sono tesi e lo stanno diventando sempre di più. Il segno più evidente del conflitto è la lettera aperta inviata dal segretario della Cisl di Bologna, Giuseppe Cremonesi, ai vertici della Cgil per chiedere «il rispetto totale per le nostre idee, i nostri delegati e i nostri iscritti». Una lettera pacata nei toni, ma decisa nel sottolineare che «la democrazia mal si attaglia ad essere usata per alimentare un inutile clima di tensione nelle aziende e come "clava" contro chi non la pensa come voi» e che «l’esibizione muscolare alla lunga sfianca anche il più sano organismo». «Il clima è difficile e teso da circa un anno, e le difficoltà continuano ad aumentare – conferma lo stesso Cremonesi – soprattutto nel settore metalmeccanico, nel quale la Fiom, è espressione dell’ala più estremista del sindacato. In pratica, c’è un’apparente volontà di rottura. Vogliono farci scontare il Patto per l’Italia che abbiamo stipulato col Governo, perché lo considerano un tradimento». Alla lettera di Cremonesi risponde Cesare Melloni, segretario provinciale della Cgil, che sostiene: «La democrazia non è mai una clava per affermare una sorta di "dittatura della maggioranza", se il suo esercizio viene affidato alla definizione condivisa di regole e procedure chiare. Quando i sindacati siglano accordi che riguardano le condizioni di lavoro di tutti, anche dei non associati, la loro assunzione di responsabilità deve essere validata da tutti gli interessati con le forme della democrazia. In caso contrario il diritto di alcune associazioni sindacali a svolgere un ruolo generale si rovescia nella prevaricazione della minoranza contro la maggioranza». «Il primo atto di rottura risale a tempi non sospetti – sostiene però Francesco Meli, segretario provinciale della Fim – cioè al marzo 2001, quando la Fiom ha disdetto unilateralmente gli accordi unitari su come svolgere insieme le attività sindacali. Poi si è andati avanti, con pretese che riteniamo assurde: la Fiom vorrebbe che su ogni singolo punto delle piattaforme aziendali, che stiamo preparando in questo periodo, se c’è disaccordo, venissero interpellati i lavoratori; noi invece ci rifacciamo, in mancanza di un accordo provinciale, a quelli nazionali, che non prevedono consultazioni. Anche perchè le loro continue assemblee paralizzano l’attività sindacale e spesso vengono utilizzate per criticarci e accusarci di tradimento». «C’è uno scontro tra due modelli sindacali – continua – Meli. Il loro, di democrazia assembleare; il nostro, rappresentativo e partecipativo. Credo che Bologna sia stata scelta come laboratorio per questo scontro». Risultato immediato del contrasto è che per molti contratti aziendali, anche nelle imprese maggiori, si sta andando verso la presentazione di piattaforme separate. Alla Gd, azienda del settore packaging con oltre 1.400 dipendenti, si è giunti addirittura ad un muro contro muro, con la Fim che accusa la Fiom di «umiliare le altre organizzazioni sindacali» e di «mettere i lavoratori gli uni contro gli altri».