Bologna. «Affetto mortadella e lo chiamano tirocinio»

01/02/2006
    mercoledì 1 febbraio 2006

    Pagina II Bologna

    «Affetto mortadella da mattina a sera
    e lo chiamano tirocinio»

      È un periodo che per legge dovrebbe essere formativo
      Ma ci sono alberghi che sostituiscono cameriere con stagiste

      di Giulia Gentile / Bologna

        SE QUESTO È TIROCINIO – Giovanni, chiamiamolo così, è alla sua prima esperienza di lavoro. Affetta prosciutto e mortadella, dal mattino alla sera, in un supermercato: fa parte del tirocinio formativo per diventare caporeparto. Giovanni è tra i fortunati fruitori di uno stage in azienda: chiave magica che consente alle imprese di inserire – m eventualmente «nche di espellere – con costi quasi nulli e per le più disparate mansioni, disoccupati nel mondo del lavoro. Il giovane è anche più fortunato di molti altri: seguendo la legge Treu, che nel 1997 ha istituito i cosiddetti «tirocini formativi», la ditta in cui da qualche mese è praticante ha deciso di concedergli un piccolo rimborso spese per il suo lavoro di manovalanza. Quattrocento euro al mese.

          Gerarda, invece, non ha paura che il suo nome finisca sul giornale. Vittima di un tirocinio-truffa «offertole» da un bar di Modena – dopo essere stata gerente di un locale per sette anni – ha affidato la sua storia e la sua tutela legale alla Filcams-Cgil, che proprio sotto la Ghirlandina ha istituito uno specifico sportello. «Mi hanno fatto firmare un contratto falso per sei mesi – si arrabbia -, poi ho avuto dei problemi di salute e mi hanno sostituita senza nemmeno avvertirmi con una ragazzina. Lo sapevo che era una cosa un po’ strana, ero stata presa come tirocinante ma in realtà ero io ad insegnare ai proprietari come preparare i cocktail. Così, però, mi hanno lasciata a piedi. E ora sono costretta a lavorare non in regola per mantenere i miei due figli».

            Senza titolo di studio, diplomati, laureati a pieni voti. Giovanissimi, trentenni ancora squattrinati in uscita da un master, disoccupati più maturi rimasti a piedi dopo altre esperienze lavorative finite male. Nato come utile ponte di raccordo fra il mondo dell’istruzione e quello del lavoro, lo strumento dello stage si è trasformato ben presto, e anche nell’isola felice che è la nostra regione, in arma a doppio taglio. Un’occasione per fare esperienza. Ma allo stesso tempo, per i datori di lavoro, un mezzo per sfruttare manodopera con retribuzione nulla o quasi.

              L’esercito dei tirocinanti è tanto più nutrito quanto ancora inafferrabile. Impossibile fornire numeri precisi relativi a questa categoria di lavoratori, che dallo sportello Nidil (Nuove identità di lavoro) della Cgil bolognese definiscono «ancora un gradino sotto rispetto agli apprendisti, che comunque hanno diritto ad una retribuzione. E anche più sfortunati dei collaboratori a progetto, che un contratto ce l’hanno». Non c’è nessuno che tenga un «albo dei tirocinanti»: perché gli enti promotori sono una miriade, dalle università agli alberghi, dalle imprese di pulizie alle agenzie immobiliari, dagli uffici agli enti pubblici. E anche se, per legge, pubblici e privati dovrebbero provvedere all’assicurazione degli stagisti contro gli infortuni sul lavoro, all’Inail fanno sapere di non avere dati specifici su questo genere di impiegati. «Assistiamo ad un forte calo di comunicazioni da parte delle imprese – ragiona Marzio Govoni della Filcams di Modena -, perché ci hanno messo poco a capire che così non saremmo riusciti a controllarle». Dall’apertura dello sportello anti-truffa, lo scorso dicembre, il sindacato ha già seguito una decina di casi. Da quello di un albergo nel modenese che ha sostituito tutte le cameriere ai piani con delle tirocinanti, impiegate per «imparare» a rifare letti e spolverare. Fino al ragazzo assunto come stagista per la vendita porta a porta di formaggi. Il lato virtuoso, e più facilmente quantificabile, della medaglia è quello costituito dai percorsi formativi promossi dalla regione Emilia-Romagna: corsi di specializzazione che prevedono al termine la pratica in azienda. Questo genere di esperienza non può concludersi con l’assunzione. Ma (e pare sia purtroppo un’eccezione) al termine viene rilasciato un diploma di specializzazione. E, secondo dati dell’assessorato regionale al lavoro, dopo sei mesi il 70 per cento dei fruitori ha trovato un’occupazione.