“Bolkestein” Se l’Ue rinuncia al suo modello sociale (S.Sergi)

17/10/2005
    sabato 15 ottobre 2005

    Pagina 15- Economia & Lavoro

    L’analisi

      Se l’Unione europea rinuncia
      al suo modello sociale

        Sergio Sergi

          C’è una vicenda esemplare che può spiegare, in termini chiari per tutti, qual è la partita che si sta giocando in Europa attorno alla direttiva (legge) sulla "liberalizzazione dei servizi" che porta il nome dell’ex commissario olandese Frits Bolkestein, un "liberal-liberista" che fa parte della schiera di quelli che pensano alle regole come se fossero sempre mannaie da bandire. Tanto, ci pensa il mercato.

            La vicenda è accaduta a Stoccolma, pochi giorni fa, quando il commissario al Mercato Interno, l’irlandese Charlie McCreevy, della stessa corrente filosofica del suo ex collega, ha sferrato un attacco senza precedenti, e anche irrituale per l’incarico ricoperto, al modello sociale svedese, alla concertazione e ai sindacati. Il presidente Barroso e lo stesso Mccreevy sono stati convocati dal parlamento «per spiegazioni», su richiesta del socialista Schulz. Lo spunto è venuto dal contenzioso ingaggiato con un’impresa lituana che deve costruire una scuola in Svezia. Il sindacato ha chiesto il rispetto dei contratti collettivi svedesi e il principio del salario minimo; l’azienda, al contrario, vorrebbe regolare il rapporto di lavoro con le leggi del proprio Paese. Ecco, in presa diretta, uno dei problemi che stanno alla base dello scontro, più generale, in corso in Europa. Sul piano sociale e su quello parlamentare.

              La disputa svedese-lituana, che è adesso finita davanti alla Corte di Giustizia Ue (Lussemburgo), mette in primo piano uno degli elementi più osteggiati della "Bolkestein": il principio del "paese d’origine". Se questa norma fosse già direttiva recepita in tutti i 25 Stati dell’Unione, quella società edile di Vilnius, insediata sul territorio svedese, sarebbe autorizzata a trattare i lavoratori dipendenti secondo la normativa vigente nel proprio Paese, aggirando accordi e leggi della Svezia. E nulla importa se le norme lituane, com’è agevole ritenere, siano poco rispettose dei diritti dei lavoratori. È accettabile tutto questo nel nome della liberalizzazione dei servizi? Ecco il punto chiave. Che proietta sullo sfondo le brucianti esperienze referendarie sul trattato costituzionale finito, quasi incolpevole, per essere il capro espiatorio di un’Europa vista come nemica e non come valore aggiunto. Si dice: è necessario sgomberare il campo dagli ideologismi se si vuole affrontare con serenità il tema della libera circolazione dei servizi nell’Ue, come previsto dai Trattati vigenti per le persone e le merci. La moneta, l’euro, è un esempio di libera circolazione in 12 Paesi. La piena realizzazione del Mercato Interno è cosa buona e giusta, a vantaggio del consumatore e della concorrenza. Per contro, non sarebbe altrettanto buona e giusta una situazione che, in ossequio al principio, intacchi altri diritti, violi accordi e, mentre chiude un fronte, ne riapra un altro di natura sociale: quello dello scontro tra lavoratori. Per uno stesso lavoro.

                La mobilitazione di oggi coinvolge un mondo variegato. Che va da chi vuole gettare nel cestino la proposta di direttiva a chi, pur criticandola severamente, ne chiede un profondo cambiamento e s’ìmpegna a fare una battaglia parlamentare per modificarla, in commissione a novembre e nella sessione plenaria di Strasburgo, nel prossimo mese di gennaio. Il gruppo del Pse (e in esso la delegazione italiana) ha assunto una posizione molto critica verso la direttiva. Ma anche ragionevole. Contro il centro destra che fa ostruzionismo, a favore di un testo legislativo che non contesta il principio sancito dalle regole del Mercato Interno ma che non rinuncia ai valori rappresentati dalla coesione sociale.

                  In questo quadro anche il principio del "paese d’origine" può essere cancellato mentre si mette in guardia dal tentativo di intaccare il concetto di "servizio d’interesse generale", che è un modo per provare a spazzare via conquiste e diritti di chi ha meno possibilità e garanzie in una società in mutazione. In fin dei conti, la battaglia dei servizi è anche un modo per individuare chi sta a destra e chi a sinistra in Europa.