Bolkestein, lo spettro dell’«idraulico polacco»

12/10/2005
    mercoledì 12 ottobre 2005

      Pagina 16-Economia&Lavoro

      Bolkestein, lo spettro dell’«idraulico polacco»

        Manifestazione sabato a Roma contro la direttiva Ue che liberalizza i servizi senza garanzie

          di Sergio Sergi
          corrispondente da Bruxelles

            DIRETTIVA – C’era una volta la «Bolkestein». E c’è ancora, per adesso. La battaglia sulla liberalizzazione dei servizi nel mercato europeo mobilita i cittadini per tutta l’Unione. Ancora una volta il 15 ottobre. La «Bolkestein», da tempo, è stata ribattezzata, per dileggio, come Frankestein. Trovata pesante, ma dà il senso. Si sono sprecate le allusioni, sono stati esibiti più volte, nelle manifestazioni, striscioni e cartelli in riferimento alla proposta di direttiva europea che porta il nome dell’ex commissario europeo, Frits Bolkestein, esponente dei liberali olandesi, liberista estremo, l’uomo più contestato. Fino e trovarsi nelle prime pagine dei giornali, insieme alla figura dell’idraulico polacco, ai tempi della bocciatura del trattato costituzionale in Francia e in Olanda. Proprio perchè la sua normativa ha costituito l’alibi per scatenare le pulsioni più negative nei riguardi del primo testo costituzionale dell’Unione. La proposta divide. Scatena proteste e mal concilia, secondo chi la contrasta, l’esigenza di completare l’apertura del mercato interno europeo (libera circolazione di persone, ma anche di merci), con la salvaguardia del modello sociale europeo.

              La «direttiva Bolkestein» propone di consentire alle imprese di servizi di stabilirsi e operare in un altro Stato dell’Ue semplificando le procedure e sancendo il principio del «paese d’origine». É proprio questo principio ad aver scatenato le più dure opposizioni, sul piano sociale e su quello parlamentare. Stando ad esso, un’azienda che si è insediata in un Paese diverso dal proprio, risponderebbe alla legislazione del paese di provenienza e non a quella dello Stato ospitante. Con conseguenze paradossali: un lavoratore di un’impresa lituana insediata in Portogallo, ad esempio, dovrebbe chiedere il rispetto dei propri diritti secondo la legge varata a Vilnius e non a Lisbona. La battaglia su questo punto è decisiva. L’esame del testo della Commissione, approdato al Parlamento europeo per la prima lettura, ha subíto un’interruzione di alcune settimane. La relatrice Evelyne Gebhardt – del gruppo Pse, il cui testo modifica nel profondo la direttiva e sostituisce il «paese d’origine» con il «mutuo riconoscimento» – ha denunciato l’azione ostruzionistica di Popolari e Liberali. Non essendo stato possibile andare al voto, la relazione è stata rinviata alla fine di novembre e il voto finale nella sessione plenaria è previsto a Strasburgo soltanto a gennaio. Mentre andava in onda quest’offensiva, il ministro italiano per le Politiche Comunitarie, Giorgio La Malfa, si esibiva in una dichiarazione con cui ha annunciava il ruolo del governo italiano come apripista per l’approvazione del testo originario. Un motivo in più per rafforzare i termini della protesta di sabato prossimo in Italia.

                É evidente che, nell’ottica dell’apertura del mercato, la liberalizzazione dei servizi puó rappresentare un impulso per la crescita. E la concorrenza dentro l’Unione puó far del bene alle tasche dei consumatori. Si tratta di esigenze sottolineate nella «strategia di Lisbona», che procede con grande fatica, che avrebbe l’obiettivo di rendere competitiva nel mondo l’economia dell’Europa. Obiettivo sempre drammaticamente lontano. Ma questo tipo di concorrenza rischia di confliggere con il modello sociale e il rispetto dei diritti. La polemica, inoltre, investe il campo di applicazione. La domanda è: quale certezza esiste sul fatto che i servizi d’interesse generale non finiscano con il ricadere dentro le maglie liberiste tessute da Bolkestein?

                  Il gruppo del Pse ha avanzato 6 proposte e ha proposto la cancellazione della norma, prevista nell’articolo 16, prevedendo peró che un operatore di uno Stato possa fornire servizi in un altro «senza ostacoli». Le nostre proposte, ha detto Antonio Panzeri (europarlamentare Ds) cambiano la sostanza della direttiva perchè «non è pensabile produrre una destrutturazione del mercato e, insieme, creare fenomeni di dumping sociale a tutto danno delle politiche di coesione sociale».