“Bolkestein” La paura dell’idraulico polacco ha contagiato anche i diesse

17/10/2005
    sabato 15 ottobre 2005

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    LA QUERCIA ADERISCE ALLA MANIFESTAZIONE CONTRO LA LIBERA CIRCOLAZIONE DEI LAVORATORI

      La paura dell’idraulico polacco
      ha contagiato anche i diesse

        Alessandro Barbera

          ROMA
          Dopo aver spaccato la sinistra d’oltralpe al referendum sulla Costituzione europea, la sindrome francese dell’idraulico polacco sbarca in Italia. E’ meglio permettere ai lavoratori di circolare liberamente o tutelare gli standard di chi lavora nel proprio Paese? Il dilemma a sinistra non è nuovo ma è sempre scivoloso. Da noi si usa una parola che la gauche parigina non userebbe mai – «dumping sociale» – ma la sostanza è la stessa. Da un lato ci sono le ragioni dell’europeismo, dall’altra quelle delle tutele. Che in altre parole si può tradurre come mercato versus protezionismo. Finché si parla di prodotti la scelta non è difficile. Più complicato quando si parla delle persone e di lavoro, per di più in senso ampio. Dai muratori agli avvocati. Per la sinistra riformista il rischio di cadere negli argomenti della Lega è avvertito.

            Oggi a Roma c’è la manifestazione contro la direttiva che prende il nome dell’allora commissario Fritz Bolkestein. Che arriva quasi per caso a poche ore dall’approvazione del piano La Malfa e la proposta di quest’ultimo di attuarla per primi. I diesse hanno deciso di aderire, ma non senza imbarazzo. Sia perché gran parte del partito non è contrario a priori, sia perché quella direttiva fu varata dalla Commissione targata Prodi. L’ala sinistra dei diesse capeggiata da Cesare Salvi, insieme a Rifondazione e a Nando dalla Chiesa della Margherita, hanno scelto invece di fare un interrogazione a Berlusconi per chiedere conto dell’uscita di La Malfa. «Una vera provocazione a poche ore dalla protesta».

              «Aderiamo come parte della delegazione del Pse italiano», fanno sapere gli uomini del Bottegone. Contro la direttiva? Il titolo di un’agenzia ribattuta nel pomeriggio dice di no, il testo del comunicato dice chiaramente di sì. Anche se la formula scelta è un po’ democristiana: «Il gruppo dei socialisti europei ha espresso contrarietà alla direttiva e posto con forza l’esigenza di ottenere una capace di coniugare liberalizzazione e coesione sociale». Facile a dirsi, difficile a farsi. Giorgio Benvenuto dice che questa «non è una posizione conservatrice. La liberalizzazione non può essere selvaggia». Finché si resta ai principi la sponda destra della coalizione è d’accordo. «I diesse hanno perfettamente ragione», dice Enrico Letta, che ieri all’argomento ha dedicato un editoriale sul quotidiano della Margherita Europa. «La direttiva va cambiata in meglio, non abbattuta. Si devono salvaguardare gli idraulici polacchi, meno i notai». Quel che resta da stabilire è come. L’allievo di Nino Andreatta rivendica un approccio «pragmatico», e lancia l’idea di un’Europa con due standard sociali. L’area euro da una parte con le sue tutele più forti, e il resto d’Europa. «L’idea di Letta non mi convince», gli risponde Cesare Salvi. «A meno di non dire che deve cambiare l’intera architettura dell’Europa. Che questo significa costruire due Europe». Salvi non ha paura di apparire ancora più pragmatico di Letta. Quando ci sono di mezzo le tutele i principi è bene dimenticarli. «Bisogna tutelare tanto il lavoro degli italiani quanto quello dei polacchi». E siccome il mito della socialdemocrazia svedese a sinistra resta un ricordo glorioso l’ex capogruppo diesse al Senato ricorda non senza malizia il caso dell’impresa edile lettone finita di fronte alla Corte di Giustizia per aver applicato in Svezia standard lettoni. «Che mi risponde Fassino?»