“Bolkestein” La concorrenza dei politici (A.Recanatesi)

20/02/2006
    luned� 20 febbraio 2006

    Pagina 35 – Economia e Finanza

      I CONTI IN TASCA

        La concorrenza dei politici distante dagli elettori

          Sulla Bolkestein solo discorsi a livello accademico. Alla maggior
          parte dei cittadini interessa la redistribuzione del benessere
          E per poter consumare occorre poter guadagnare di pi�

            Alfredo Recanatesi

            Coincidendo la discussione sulla direttiva Bolkestein al Parlamento europeo con la elaborazione, qui da noi, dei programmi che le coalizioni dovranno presentare agli elettori il prossimo 9 aprile, i liberisti si son dati un gran daffare. Per quel che riguarda la direttiva europea sulla libera circolazione dei servizi, hanno tentato di creare un clima di opinione contrario agli emendamenti che ne hanno fortemente limitato il campo di applicazione e, per quanto riguarda i programmi elettorali, hanno incalzato i leader politici con richieste di forti impegni liberalizzatori.

            I liberisti, o almeno quelli che fanno (o cercano di fare) opinione scrivendo editoriali sui giornali o intervenendo nei dibattiti televisivi, sono quasi tutti accademici, ossia persone di ampia e consolidata cultura nella loro specifica materia – di norma l’economia – e che come tali hanno come riferimento l’obiettivo al quale tende la scienza economica, vale a dire il raggiungimento del massimo fine materiale con il minimo impiego di mezzi. � l’obiettivo della massima produzione di ricchezza (crescita) da perseguire organizzando al meglio i fattori della produzione (efficienza).

            Gli obiettivi dei liberisti-accademici, di conseguenza, non coincidono con quelli degli elettori, della gente, il che spiega la loro persistente dissociazione dalla politica e, come corollario, la sterilit� del loro apporto se e quando hanno avuto la ventura di passare dalle universit� alle aule parlamentari e, dunque, dagli studi alla attivit� legislativa e di governo. Ed infatti i valori nei quali la gente comune si riconosce non sono quelli che i liberisti, ed in particolare gli accademici, con tanta insistenza vanno proponendo.

              Alla maggior parte dell’elettorato interessa, certo, il benessere, ma non quello fatto solo di crescita del Pil, bens� quello fatto anche di equit� distributiva, di serenit� sociale, di ragionevole tutela contro i rischi della vecchiaia e delle malattie, di fiducia nell’Italia nella quale vivranno i loro figli. Un mondo, insomma, solidale, essendo la solidariet� un fondamento delle due principali culture che dominano l’Italia e gran parte dell’Europa, la cattolica e la marxista nelle varie espressioni dell’una e dell’altra. Secondo queste culture, e secondo l’umanitarismo che ne costituisce il denominatore comune, il benessere materiale � un fine da perseguire in funzione del costo che occorre sostenere per perseguirlo; un costo che, espresso nei termini di quei valori che sono stati ricordati, non pu� essere quantificato e, dunque, non rientra nelle variabili che il liberismo accademico considera. Certo, questo ha buon gioco nel dimostrare che le liberalizzazioni producono effetti favorevoli ai consumatori; ma siccome per poter consumare il consumatore deve prima produrre un reddito, ed essendo larghe le fasce di consumatori per le quali le liberalizzazioni comportano una riduzione del reddito (basta guardarsi intorno!), si comprende il profondo scetticismo che continua ad avvolgere queste pur appassionate tesi. La logica alla quale deve attenersi il politico, invece, postula la individuazione del compromesso pi� opportuno tra la massimizzazione della produzione di ricchezza e la difesa delle condizioni di vita. Ci� che richiede una conoscenza profonda della realt� e della sua percezione da parte del potenziale elettorato, cosa che non dimostrano di avere i liberisti, e soprattutto gli accademici, e pi� ancora i tanti che teorizzano sapendo ben poco dell’Italia, poich� vivono negli Stati Uniti o in Inghilterra dove, malgrado i tassi di crescita sostenuti che quei sistemi economici riescono a conseguire, solo ristrette minoranze dell’Italia e dell’Europa, guarda caso, ambirebbero vivere.