“Bolkestein” Il maxipiano per la crescita parte senza finanziamenti

17/10/2005
    sabato 15 ottobre 2005

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    SVILUPPO – IL GOVERNO APPROVA IL PROGETTO PER IL RILANCIO DELL’AGENDA DI LISBONA

      Il maxipiano per la crescita
      parte senza finanziamenti

      ROMA
      L’acronimo suona bene: «Pico», cioé «Piano italiano per la crescita e l’occupazione». La dotazione iniziale non induce all’ottimismo: la copertura del prossimo triennio è affidata a dismissioni immobiliari che non sono andate in porto nemmeno nel 2005. Giorgio la Malfa è comunque soddisfatto. L’Italia ha approvato il progetto che dà attuazione alla strategia di Lisbona e i principi (per ora solo i principi) della direttiva Bolkestein sulla liberalizzazione del mercato dei servizi. «Quella che abbiamo approvato è l’agenda delle priorità per la prossima legislatura», dice il ministro delle Politiche comunitarie. Convinto che l’investimento previsto per i prossimi tre anni «pari a un punto percentuale di Pil» valga un «aumento stabile e strutturale di un punto di crescita».

        Il piano, una quarantina di pagine, ha obiettivi molto ambiziosi, tutti ispirati alla cosiddetta «agenda di Lisbona». Un progetto approvato dall’Unione europea per raggiungere entro il 2010 alti tassi di crescita e occupazione. Si va dall’«ampliamento dell’area di libera scelta di cittadini e imprese», alle liberalizzazioni e alle privatizzazioni, dagli «incentivi per la ricerca scientifica e dell’innovazione tecnologica, l’istruzione la formazione del capitale umano», all’adeguamento delle infrastrutture e alla tutela ambientale. C’è anche una lista di interventi più specifici: dall’attuazione del progetto Galileo per la creazione di una rete satellitare europea allo sviluppo di 24 «distretti tecnologici» nei settori innovativi.

          Dunque nessuna conseguenza immediata e concreta, ma una lista di priorità sulle quali lavorare. Un piano che, almeno nelle intenzioni, dovrebbe dare in primis attuazione alla direttiva Bolkestein, approvata ai tempi della presidenza Prodi e grimaldello per una vera liberalizzazione dei servizi. Nulla di tutto questo, almeno per il momento. Più di un Paese è contrario alla sua attuazione, a partire dai francesi, sempre più in rotta con Bruxelles su molti dossier che con le liberalizzazioni non hanno granché a che fare. L’ultimo in ordine di tempo, e sul quale rischia di aprirsi un conflitto anche con l’Italia, riguarda la riforma e i sussidi nel mercato dello zucchero. Ieri, proprio mentre si parlava di Lisbona, sulla questione è intervenuto con toni durissimi persino Berlusconi. «Una proposta disegnata sugli interessi di Francia e Germania che comporterebbe per l’Italia la chiusura delle produzioni».

            Insomma, per rimanere ad una metafora molto usata in Francia dai sostenitori del no alla Costituzione europea, le condizioni per fare lavorare un operaio polacco in qualunque Paese europeo sono tutt’altro che mature. Giovedì lo aveva ammesso anche Giulio Tremonti. «Non credo sia ragionevole una direttiva che fa circolare i professionisti con regole diverse».

              L’argomento è esplosivo tanto nella Lega quanto in Rifondazione comunista. Ma la questione preoccupa un po’ tutti i partiti, compresi i diesse che hanno aderito alla manifestazione contro la direttiva che si terrà oggi. Del resto a livello comunitario si sta discutendo su come modificarla. Uno dei possibili compromessi prevede ad esempio di tenere fuori dalla liberalizzazione i servizi essenziali, e in particolare quelli ancora in larga parte gestiti dallo Stato come la sanità. Altro principio cardine, diventato centrale dopo l’allargamento a venticinque, è quello del Paese d’origine.

                La liberalizzazione dovrebbe prevedere l’applicazione delle regole vigenti nel Paese in cui si prestano i servizi professionali. [a.ba.]