“Bolkestein” Il caso Laval «divide» l’Italia

28/10/2005
    giovedì 27 ottobre 2005

    ITALIA LAVORO – Pagina 22

    Il caso Laval «divide» l’Italia

      Si cerca una mediazione sulla Bolkestein per bocciare la deregulation sui diritti e «aprire» reti e professioni

      Lina Palmerini

        ROMA – Dieci giorni fa, in piazza contro la direttiva Bolkestein, c’era solo un pezzo di centro-sinistra. Solo Rifondazione, Verdi e Comunisti sfilavano dietro lo slogan "Un’altra Europa è necessaria". Il bersaglio ideologico dell’ala sinistra dell’Unione resta l’Europa delle liberalizzazioni delle reti, dei servizi, degli ordini professionali. Ma soprattutto dei diriti dei lavoratori. La direttiva Ue, infatti, ammette che ai lavoratori stranieri siano applicate le regole dei loro Paesi d’origine. È "l’incubo dell’idraulico polacco". Un incubo che si sta incarnando in altri fatti concreti, come quello dell’azienda Laval (vedi anche il Sole-24 Ore di ieri) che in Svezia si è rifiutata di sottoscrivere contratti svedesi e chiede – anche per vie giudiziarie – di applicare agli operai lettoni le leggi del loro Paese. Quindi, salari più bassi. un caso su cui si è spaccato anche il Parlamento europeo.

        Questa è la scena in cui si muove il centro-sinistra. Divisioni "nostrane" e divisioni europee. Una doppia sfida per Romano Prodi che si gioca in casa – nella ricerca di una mediazione con Rifondazione – e fuori dai confini dove le ambiguità non sono ammesse. Ieri il segretario dei Ds, Piero Fassino, è volato a Londra per partecipare al vertice del Pse con Tony Blair. Un appuntamento che arriva alla vigilia di un più importante vertice ue: quello di oggi ad Hampton Court sulla modernizzazione del sistema socio-economico europeo di fronte alle sfide della globalizzazione. Un tema su cui nè Piero Fassino – oggi con Blair – nè Romano Prodi sono ancora in grado di rappresentare la posizione unitaria del centro-sinistra.

        La mediazione si sta cercando. E una strada si intravvede già nelle parole di Massimo D’Alema che ieri, da Strasburgo, ha commentato la posizione di Tony Blair sulla direttiva Bolkestein. «È una parte necessaria per completare il mercato unico ed è importante per l’Europa», ha detto il premier inglese ma D’Alema prova a dividere in due il problema: «Noi siamo per il completamento del mercato unico e per la libera circolazione dei servizi ma – ha detto il presidente Ds – abbiamo una riserva sul meccanismo del Paese d’origine, perchè determina una forma di dumping sociale».

        Insomma, la mediazione che si profila nell’Unione è quella di "rinnegare" la direttiva nella parte sui diritti dei lavoratori e concentrarsi sulla liberalizzazione dei servizi e degli ordini professionali. «Ma è una posizione che sta già emergendo in Europa, a prescindere dalle nostre divisioni. È infatti in corso tra i gruppi parlamentari a Strasburgo un lavoro per integrare quella parte della direttiva inserendo il rispetto dei minimi salariali dei Paesi in cui le imprese – soprattutto quelle di subappalto – prestano la propria opera», spiega Enrico Letta, europarlamentare della Margherita che ha assistito in diretta al dibattito europeo dei giorni scorsi a Strasburgo.

        Ma se Rifondazione punta a far saltare la direttiva in nome dei diritti, Enrico Letta avverte «Bisogna de-ideologizzare la direttiva che ha un’altro bersaglio. La vera sostanza è, infatti, la liberalizzazione dei servizi e degli ordini professionali. Se la direttiva dovesse saltare perderemmo una grande occasione per rendere più aperto il mercato europeo ed italiano». A sentire Rifondazione, non è proprio così. «Se viene cancellata la parte che riguarda i diritti dei lavoratori, il resto va bene. A noi le corporazioni non piacciono. Ma mi chiedo: senza la parte sul lavoro, la direttiva sopravviverà?», replica Alfonso Gianni di Rifondazione. Detto questo, per l’esponente del partito di Bertinotti, l’intesa nel centro-sinistra è possibile. «Sto lavorando al programma di Romano Prodi, nella parte dedicata al lavoro. E siamo vicini a un’intesa: la priorità è respingere la precarizzazione».