“Bolkestein 3″ G.Verheugen: «Non siamo noi a creare disoccupati»

23/03/2005
    mercoledì 23 marzo 2005

      sezione: IN PRIMO PIANO – pagina 2

      Intervista / Günther Verheugen

        «Non siamo noi a creare disoccupati»
        Non si può imputare la perdita di posti di lavoro nella Ue al progetto Bolkestein che non è ancora operativo
        C’è un’ingiustificata diffidenza verso l’allargamento, con Francia e Germania che si sono poste troppo sulla difensiva

        ADRIANA CERRETELLI

        DAL NOSTRO INVIATO BRUXELLES • Troppi malintesi e strumentalizzazioni sulla direttiva servizi, che siamo comunque disposti a cambiare. Ma la liberalizzazione ci vuole, dice in questa intervista a «Il Sole 24 Ore » Günther Verheugen, sessantenne vice presidente della Commissione Ue per la politica industriale e di competitività. Fatta la riforma del Patto, questo vertice rilancerà la politica della competitività. Intanto però l’Europa è ostaggio dalla minaccia del no francese al referendum per la ratifica della Costituzione europea, complice la direttiva Bolkestein per la liberalizzazione dei servizi… Sulla direttiva ci sono malintesi interpretativi e problemi di comunicazione. È troppo facile accusare Bruxelles di tutto quello che non va bene in Europa, dipingerci come un mostro burocratico e iper regolatore.

        Invece?

          Invece bisogna mantenere la calma ed evitare che il dibattito sui servizi finisca per contaminare quello politico.

          Più facile da dire che da fare a questo punto, con il no che si conferma in testa nei sondaggi in Francia, non crede?

            Quando fu annunciato il referendum in Francia era la questione turca a tenere banco. Ricordo, allora ero commissario all’Allargamento, di aver scritto la raccomandazione per l’avvio dei negoziati di adesione della Turchia consultandomi quasi parola per parola con Parigi proprio per evitare sorprese.
            Ora sono i servizi a surriscaldare il clima. Sarebbe però bene ricordare a tutti che il referendum riguarda la Costituzione europea, non è un plebiscito su Governo, presidente o stato dell’economia francese. Detto questo dobbiamo evitare di avvelenare il dibattito altrimenti, se alla fine dovesse vincere il no, la responsabilità sarà scaricata sulla Commissione.

            E sarebbe ingiusto secondo lei?

            Abbiamo detto chiaro che intendiamo ascoltare le preoccupazione dei paesi membri e cambiare la direttiva, soprattutto per quanto riguarda servizi pubblici e timori di dumping sociale.

            Lei era nella Commissione Prodi che approvò questo progetto di direttiva. Perché allora non ne prese le distanze?

              Mi resi conto che potevano sorgere problemi quando nel gennaio 2004 ne discussi con i sindacati.
              Chiesi quindi spiegazioni all’allora commissario Bolkestein e le risposte furono soddisfacenti. Gli standard sociali non sarebbero stati toccati.
              Del resto c’è già una direttiva che evita le distorsioni sul mercato del lavoro. Il principio del paese d’origine non sarebbe stato applicato a standard, norme e qualificazioni professionali. Nessuno all’epoca aveva nulla da dire. Poi l’insurrezione di fine 2004. Forse perché in certi passaggi il testo è ambiguo. O forse perché in certi paesi c’è una percezione sbagliata di quello che realmente è.

              Come spiega il rifiuto del principio del paese d’origine, che è quello sul quale si è costruito il mercato unico?

                La gente non sa e interpreta male.
                Si crede che consenta a un prestatore di servizi, per esempio a un elettricista polacco chiamato a installare il riscaldamento in casa in Germania, di lavorarvi con salario, standard sociali e di qualità del suo paese di origine.

                Invece?

                  Invece, primo la direttiva non si applica ai contratti privati. Secondo, l’elettricista polacco deve rispettare gli standard tedeschi, Terzo, in caso di lavoro mal fatto può essere denunciato però davanti a un tribunale polacco.

                  Questa tensione nei rapporti tra vecchia e nuova Europa non le sembra il frutto avvelenato di un allargamento mal preparato?

                    Primo, tutti gli Stati membri lo sono a pieno titolo secondo il Trattato. Secondo, tutti sapevano che il mercato interno sarebbe stato il cuore dell’integrazione. Infine non si può imputare a una direttiva che non c’è la perdita di posti di lavoro.

                    Ingiustificata diffidenza, dunque, verso l’allargamento?

                      Proprio uno studio francese dimostra che solo il 4% dei posti persi in Francia è derivato dalle delocalizzazioni.

                      Non sarà allora che Francia e Germania sono un po’ troppo sulla difensiva in questa vicenda?

                        Sì, ne sono convinto.

                        Come si rilanciano crescita e competitività europee?

                          Diventando i migliori. Con la globalizzazione la " value chain" delle nostre imprese deve diventare sempre più internazionale, altrimenti i nostri competitori globali non potranno tornare davvero competitivi.

                          Competitori globali cioè anche campioni europei?

                            Certo, perchè l’Europa deve difendere la sua competitività inseguendo standard e qualità elevati, tecnologie più avanzate, più ricerca, innovazione e formazione. Non possiamo tener testa a Cina e India rinunciando al rispetto dei nostri standard sociali ed ecologici. Né è questo che vogliamo. Vogliamo invece difenderli i nostri standard. Il solo modo per riuscirci nel mondo della concorrenza globale è essere i migliori.

                            Campioni europei significa anche una politica della concorrenza che sappia favorirne la nascita?
                            Sì, una politica che non impedisca l’emergere di leader globali.

                            La vecchia Europa accusa la nuova anche di dumping fiscale.
                            Quanto questa variabile, compresa la flat tax che ha preso piede con successo all’Est, potrebbe aiutare la competitività europea?

                              Più che di flat tax parlerei di una naturale convergenza al ribasso. Lo si è visto in questi giorni in Germania. Entro certi limiti la competizione fiscale è sana. Però la base imponibile delle società va armonizzata, altrimenti rappresenta una barriera.
                              Difficile d’altra parte dire ai paesi dell’Est che devono colmare i loro divari di sviluppo ma non devono usare gli stessi strumenti utilizzati per esempio dall’Irlanda.