Bolkenstein prima della Bolkenstein

14/12/2004

    domenica 12 dicembre 2004
    pagina 6

    SPUNTO

    Bolkenstein prima della Bolkenstein

    CARLA CASALINI

    La Corte di giustizia europea ha condannato l’Italia – la sentenza è stata resa pubblica giovedì scorso – per le «eccessive preoccupazioni di ordine sociale» della legge nostrana «sui servizi di assistenza a terra negli aeroporti» che la rendono incompatibile con i dettami della «normativa comunitaria». La direttiva europea cui si fa riferimento è quella del 1996: la trasgressione italiana sanzionata è rea di «rendere oltremodo difficile l’accesso ai mercati di assistenza di nuovi prestatori di servizi, compromettendo la loro apertura, l’uso razionale delle infrastrutture e di conseguenza la riduzione dei costi dei servizi per gli utenti». Sotto accusa è il decreto del 1999, che ha recepito l’indirizzo Ue, perché impone l’«obbligo», ogni volta che c’è un passaggio da un’impresa di servizi all’altra, di «garantire» anche il «passaggio del personale» già impiegato, ma, sia chiaro, solo «in misura proporzionale alla quota di attività che ha acquisito» l’impresa subentrante. Questo, secondo la Corte europea, cui ha fatto ricorso contro l’Italia la Commissione Ue, rivelerebbe eccessive «preoccupazioni di ordine sociale», eccessiva protezione dei «diritti del lavoro».

    Ora, inutile ricordare la ridda di appalti e subappalti, di avvicendamenti di imprese di «servizio», spesso finalizzati proprio a sbarazzarsi dei prestatori d’opera – già in non floride condizioni di salario e di diritti in questi impieghi. Magari così si riduce anche – ma non è detto – il «prezzo per gli utenti», cui tiene tanto Bruxelles, ma a discapito della qualità del «servizio», e del controllo in ambiti così delicati come gli aeroporti. Basti ricordare il monito dei dirigenti del Centro di politiche economiche di Washington dopo l’11 settembre: «ma voi lo sapete chi è addetto alla sicurezza nei nostri aeroporti: sono lavoratori precari usati da ditte di sub-subappalto».

    Intanto a Bruxelles, in contemporanea alla sentenza della Corte, la riunione di regioni e enti locali europei insisteva presso la Commissione perché la gestione dei «servizi di interesse generale» – dalle comunicazioni ai trasporti, all’acqua, alla salute» – «deve salvaguardare l’interesse pubblico, trovando un giusto equilibrio con la logica della concorrenza».

    Moderata richiesta, eppure eversiva se si pensa alla direttiva Bolkenstein che si sta discutendo nei vertici europei, che pretende invece di spalancare i «servizi» al mercato. Con una clausola precisa: il «fornitore di servizi», risponde alla legge del suo «paese d’origine» quando svolge attività in altri paesi dell’Unione. Per fare un esempio: una impresa polacca, o di altro paese dove le condizioni di lavoro sono a bassi livelli, può fornire la sua attività in Germania o in Italia, pretendendo di esportarvi quelle regole. O ancora: un’impresa italiana può prendere sede in Polonia, e poi tornare qui forte delle norme sul lavoro più «elastiche».