Boeri: «L’economia si sveglia valorizzando i giovani»

21/11/2007
    mercoledì 21 novembre 2007

      Pagina 16 – Economia & Lavoro

      «L’economia si sveglia
      valorizzando i giovani»

        di Oreste Pivetta/ Milano

        Lidia Mancini, una ragazza di ventisette anni che scrive al presidente della Repubblica chiedendo un lavoro perché a tre anni dalla laurea non è riuscita a trovarne uno, sta nell’esercito degli sfigati o in quello dei bamboccioni? La risposta sarebbe complicata: diciamo che molti sono gli sfigati e molti sono i bamboccioni. Tito Boeri, economista, professore alla Bocconi, spiega in un libro, (ben) scritto insieme con il collega Vincenzo Galasso, Contro i giovani (Mondadori, pagine 150, 15 euro), soprattutto le ragioni degli sfigati, per quanto coccolati, nel cuore caldo e protettivo della famiglia (che ha le sue colpe).

        Professor Boeri, proprio di conflitto generazionale si tratta o siamo di fronte alla vecchia legge che divide tra ricchi e poveri?

          «Direi conflitto generazionale: una generazione contro l’altra e la prima non comprende le difficoltà della seconda. La domanda che gli adulti si pongono è sempre: come stavamo alla loro età? Giungendo a una conclusione: stanno meglio i giovani d’oggi…Siccome viviamo in un paese che qualche progresso lo ha compiuto, è naturale che le condizioni siano migliorate. Ma non è questo il punto. La verità è che il giovane d’allora stava meglio dell’adulto, adesso il giovane sta peggio dell’italiano medio d’oggi…».

          La società di 30 o 40 anni fa, era più dinamica, credeva nel futuro e anche i giovani potevano scommettere sul miglioramento del loro stato rispetto a quello dei padri. Andavano a scuola e per certe famiglie era una conquista…

            «Ecco, la famiglia oggi fa tantissimo per i propri figli, li tiene in casa, li alimenta, si preoccupa di trasferire a loro vantaggio belle fette di reddito. Risultato: non capisce come stiano veramente i figli e, soprattutto, in costante autodifesa, si rifiuta di preoccuparsi dei figli degli altri. Gli italiani sono altruisti nel privato, altrettanto egoisti nella sfera pubblica…».

            Un deficit di cultura?

              «Noi diciamo che manca il capitale sociale…».

              Rispetto allo star meglio o peggio, dal punto di vista salariale per i giovani che cosa è cambiato?

                «Se il riferimento è quella società di trenta o quarant’anni fa, si può dire che il salario d’ingresso era mediamente più alto del salario medio. Ma siamo alle solite: questo succedeva in una società per la prima volta scolarizzata e in una economia in espansione. Chi entrava era per forza più produttivo…».

                Era sufficiente un titolo di studio qualsiasi per guadagnare più di un padre.

                  «I giovani entrano ora con un salario del 15 o del 20 per cento più basso del salario medio degli italiani. Un divario che per giunta difficilmente riusciranno a colmare, perché la prima voce di aumento dei salari italiani è lo scatto di anzianità che ha senso nella continuità del lavoro. I giovani precari, vittime dell’instabilità, come potrebbero mai a costruire la loro “anzianità”? Per di più hanno di fronte a sé prospettive previdenziali assai incerte. Pagano contributi altissimi, fino al 45 per cento del salario per garantire la pensione a chi a suo tempo aveva versato il 30 per cento, ma rischiano, quando la pensione toccherà a loro, di ritrovarsi con poco».

                  Il rimedio (quasi un miracolo) sarebbe ridare slancio all’economia…

                    «L’economia ristagna perché non valorizza i giovani, li sacrifica, rinuncia alla loro intelligenza, alla loro capacità di innovazione, alla disponibilità al rischio. Ovunque, nel mondo del lavoro, nella politica, nell’università, di fronte ai giovani si organizzano forme di autoprotezione, di sbarramento. Ci siamo letti il Who is Who in Italy, l’almanacco delle persone eccellenti in Italia, rettori, cardinali, vescovi, dirigenti di partito, imprenditori e amministratori delegati, medici. Sono circa cinquemila i curricula presentati. Solo il 2,5 per cento ha meno di 35 anni…».

                    D’accordo. Ma, se ci sono giovani bravi, come facciamo a promuoverli nel lavoro?

                      «Dovrebbe cambiare la cultura del paese, ma sarebbe necessario troppo tempo. Quindi bisogna costruire regole che sopperiscano alle arretratezze della cultura, spiegando che senza i giovani non si può andare da nessuna parte…».

                      Facciamo un esempio, ci dia una regola.

                        «Ogni pensionato percepisce il suo assegno mensile indicizzato ai prezzi al consumo. È ovvio che un pensionato dovrà temere così soprattutto l’andamento dell’inflazione. Se colleghiamo la pensione alla crescita del monte salari, il nostro pensionato sarà indotto a sostenere quelle politiche che aumentano l’occupazione e la produttività. Questo indicherebbe un cambiamento sostanziale di mentalità. Un altro esempio: l’università. Si sa che i baroni universitari non vogliono giovani bravi, anzi li temono perché temono le brutte figure, preferiscono gli studenti modesti e servizievoli che alla fine promuoveranno. Facciamo in modo che i fondi pubblici vadano a quelle università che sanno fare ricerca. Forse così le università, per migliorare la qualità della loro ricerca, cercheranno giovani bravi e lasceranno a casa quelli servizievoli».

                        Reclutamento più mirato e dinamico… Nel libro (ma non solo nel libro, sempre in questi mesi a proposito di governo e di welfare) si insiste molto sulla questione previdenziale.

                          «Intanto perché bisogna dare stabilità al sistema. Chi è giovane adesso, ha il diritto di sapere come andrà a finire la sua storia previdenziale…».

                          Ma c’è un’altra questione. Banalizzando: se vado in pensione prima non libero un posto a un giovane?

                            «No. I Italia ci sono i pensionati più giovani, ma c’è anche la più alta disoccupazione giovanile. Chi va in pensione prima, pesa solo di più su chi lavora al posto suo. Bisogna creare incentivi a un invecchiamento attivo».

                            Il governo le pare abbia fatto qualcosa di buono per i giovani?

                              «Qualcosa, ma troppo poco e lo ritroviamo nel protocollo del welfare: la totalizzazione dei contributi che permette di garantire qualche prospettiva previdenziale in più e l’aumento dei contributi per i subordinati. Poi riducevano l’ici, l’operazione che piace ai cinquantenni proprietari di case».

                              C’è anche una norma che garantisce ai giovani d’oggi una pensione comunque non inferiore al 60 per cento del salario. Un’altra che consente il riscatto della laurea secondo contributi pressoché figurativi. Poi ci sono le liberalizzazioni…

                                «Passo giusto, troppo timido».

                                Con la rivolta però delle lobby, dai tassisti ai farmacisti.