“Blockbuster” Il lavoro non è bello come un film

18/10/2005
    martedì 18 ottobre 2005

    Blockbuster, il lavoro non è bello
    come un film

      Massima flessibilità negli orari e diritti variabili: il prezzo dell’assunzione a tempo indeterminato

        di Luigina Venturelli / Milano

          TEMPI MODERNI – Una precisazione è d’obbligo: non si tratta di cattiveria, ma di ignoranza relativa ai diritti minimi dei lavoratori. «Quando decidono di cambiare i turni da un giorno all’altro, gli store manager decidono in realtà i ritmi di vita delle persone: se puoi andare o meno a prendere tuo figlio all’asilo, se puoi presentarti a un esame avendo studiato a sufficienza, se puoi andare a cena dai tuoi come avevi promesso da settimane. Sconvolgono le tue giornate e i tuoi diritti senza nemmeno rendersene conto, spesso sono persone giovani senza alcuna nozione sindacale».

            A parlare è Francesco, 31 anni, uno dei tanti «giovani dotati di entusiasmo, capacità comunicativa e leadership» che il colosso dei film a noleggio Blockbuster ha assunto come commesso in uno dei suoi 250 negozi italiani per assistere i clienti nella scelta del dvd più adatto ai loro gusti. Il nome è ovviamente di fantasia: i dipendenti parlano volentieri, ma senza esporsi. Una parola sbagliata e il capo potrebbe offendersi, meglio non suscitare le sue ire per poi farsi dietro al bancone tutte le notti, le feste e le domeniche che Dio manda in terra.

              L’inchiesta dell’Unità sul lavoro nelle grandi catene del commercio inizia da uno dei posti più ambiti da ragazzi e ragazze in cerca di un impiego part-time da affiancare agli studi, poi si vedrà: ambiente giovanile, settore interessante con un certo che di culturale, belle divise (camicia azzurra e pantaloni beige), nessuna mansione di fatica fisica prevista e, soprattutto, un grande appeal contrattuale. Blockbuster assume a tempo indeterminato. «Insomma, un lavoro vero» sintetizzano mirabilmente i commessi in questione. Merce rara di questi tempi, fulgidi di atipici, interinali, collaboratori e addetti a chiamata. Si capisce che i dipendenti Blockbuster se la tengono ben stretta, anche se l’iperflessibilità dei turni rischia di essere un problema non da poco. «È tutta una questione di fortuna: se vai d’accordo con il responsabile non c’è problema, altrimenti sei nei guai» conclude Francesco.

                Blockbuster Italia ha oggi seicento dipendenti full-time (quaranta ore settimanali per circa 900 euro al mese) e mille dipendenti part-time (venti ore settimanali spalmate su tre-sei giorni per quasi 500 euro al mese). Un corpo del personale che nel corso nel 2005 è stato incrementato di 120 unità, sull’onda dell’apertura nei negozi di quaranta aree riservate ai videogiochi. Tutti assunti a tempo indeterminato o con contratto di apprendistato, a stipendio completo e contributi ridotti: «Oggi i ragazzi non rifiutano più di entrare come apprendisti nel mercato del lavoro – spiega Marinella Meschieri, della Filcams Cgil – perchè l’alternativa corrisponde spesso alla disoccupazione. Inoltre nel contratto nazionale del commercio è prevista la conferma, al termine dei tre anni, del 70% dei lavoratori apprendisti: in questo modo l’apprendistato offre una prospettiva futura d’assunzione».

                  Quello che invece il contratto nazionale non stabilisce è la turnazione sul lavoro, rimessa agli accordi aziendali. Blockbuster prevede in teoria di stabilirla mese per mese, dando ai dipendenti un preavviso di quattro settimane e concordando con loro le eventuali modifiche che si rendessero necessarie. «In realtà non abbiamo scelta – ribatte Alessia, commessa di 28 anni – ci chiedono di lavorare e di spostare i turni anche da un giorno all’altro e non possiamo rifiutare. In caso contrario rischiamo di finire nel mirino dello store manager: turni scomodi, nessuna possibilità di promozione, trasferimento nei negozi che restano aperti fino alle due di notte». Lucia, 33 anni, alla fine si è dovuta arrendere: «Mi sono licenziata, non riuscivo mai ad andare a prendere mia figlia all’uscita da scuola. E con 900 euro di stipendio non potevo certo pagare una baby-sitter tutti i pomeriggi».

                    Disguidi del mestiere, le esigenze aziendali richiedono flessibilità per stare dietro ai picchi di lavoro serali e del fine settimana. «Da Blockbuster la ripetitività degli orari – ribatte l’amministratore delegato Paolo Penati – è una scelta insostenibile, un problema oggettivo: per andare incontro alle esigenze di chi deve andare a prendere i figli sempre alla stessa ora, dovremmo far ruotare intorno a questa persona tutti gli altri colleghi, che certamente si arrabbierebbero. I dipendenti sono i primi a richiedere flessibilità: in un paio di casi, a seguito di vertenza sindacale, abbiamo proposto al lavoratore dei giorni fissi, ma all’atto di firmare queste persone hanno fatto marcia indietro».

                      E gli abusi di alcuni responsabili di negozio? Non c’è alcun controllo aziendale su come vengono gestiti i singoli esercizi? «Non posso escludere che ci siano dei casi specifici – continua Penati – ma si tratta di casi sporadici, mai portati a livello di vertenza sindacale. Abbiamo preso anche dei provvedimenti disciplinari nei confronti di manager che non si comportavano in modo corretto: che nel negozio ci sia un buon clima è innanzitutto nostro interesse perchè si ripercuote sul cliente. Ma in genere da Blockbuster si lavora bene, altrimenti la rotazione del personale non sarebbe così bassa: sotto il 30% nel part-time, intorno al 4% nel full-time». Sarà, certo le precarie condizioni del mercato del lavoro non lasciano ampia possibilità di scelta.