“BladeRunner” «Romano, è ora di andare all’attacco»

24/01/2006
    martedì 24 gennaio 2006

    Pagina 2 – Primo Piano

      CAMPAGNA ELETTORALE
      DOPO IL QUOTIDIANO DELLA MARGHERITA ANCHE IL «RIFORMISTA» LO INVITA A PRENDERE L’INIZIATIVA

        «Romano, è ora di andare all’attacco»

          Retroscena
          Fabio Martini

            ROMA
            Davanti ai tremila segretari di sezione arrivati da tutta Italia con un filo d’ansia nel cuore, Piero Fassino si era espresso con parole fiammeggianti: «Berlusconi? Lasciamolo solo nel suo delirio, noi dobbiamo spiegare agli italiani come intendiamo corrispondere alle loro attese». Parole d’attacco ma che lasciano affiorare una preoccupazione: che Berlusconi riesca a trasformare i prossimi 75 giorni in una striscia ininterrotta di corpo a corpo dialettici, uno scontro spettacolare e ad alta emotività. Certo, le campagne elettorali della Seconda Repubblica non sono mai state giocate di fioretto, ma la vera paura dell’opposizione la spiega Massimo D’Alema: «Dobbiamo evitare il rischio di una drammatizzazione e imporre una campagna elettorale imperniata sul bilancio delle cose fatte dal governo e sulle proposte per il futuro, ma loro non ne vogliono parlare perché, per dirla col linguaggio delle aziende, non sono competitivi».

              Un cambio di marcia rispetto a qualche settimana fa quando i capi dell’Unione ironizzavano su Berlusconi: «Vada pure in tv, ci regalerà voti». Ma tentare di cambiare l’agenda è facile a dirsi, molto più complicato a farsi. Perché Berlusconi è un professionista nel menare le danze mediatiche. E così, se pure Romano Prodi preferirebbe una campagna giocata sulle promesse mancate e sulle sue ricette, ieri il Professore ha finito per prodursi in un numero berlusconiano. Alle 6 della sera ha convocato i giornalisti per una «conferenza stampa», si è presentato al podietto, ha letto una dichiarazione sulla sua vicenda giudiziaria degli Anni Novanta e poi se ne è andato via subito. Senza attendere le domande dei giornalisti. Quello che gli americani chiamano il «make a statement», una consuetudine importata in Italia da Berlusconi. Due ore più tardi, al termine di un vertice con i leader dell’Unione, il Professore si è ripresentato ai cronisti, ha letto una nuova dichiarazione – stavolta sull’epilogo della legislatura – dopodiché ha salutato tutti. E in entrambe le performance non sono mancate le frasi sferzanti. Una su tutte: «Non mi pare che tra i numerosi casi che riguardano Berlusconi e i suoi cari ci sia una sentenza limpida come la mia». Certo, parole difensive rispetto agli attacchi subiti, ma anche poco coerenti con il desiderio dei leader del centrosinistra di evadere dalla rissa.

                Per il momento dunque Berlusconi «vince», quantomeno nello scrivere l’agenda della campagna elettorale. Una passività che nell’Unione qualcuno inizia ad imputare a Prodi. Qualche giorno fa «Europa», il quotidiano della Margherita, rimproverava la macchina elettorale del Professore di «avventatezza». Si indicava a modello la campagna del 2001, quando il candidato premier era Rutelli: di questi tempi esisteva «una war room allestita da mesi» e se Prodi non ha ancora deciso «chi si debba occupare di queste cosucce», vorrà dire che c’è chi pensa di battere Berlusconi «senza dare troppo nell’occhio». E ieri nell’editoriale del «Riformista» si leggeva: al Professore «si chiede ora un salto di qualità», perché lui «deve imporre la sua agenda, costringendo l’avversario a parlare di ciò che lui decide invece di rispondere su ciò che l’altro vuole», «deve dirci due o tre cose che farà nei primi cento giorni», «deve trovare uno slogan di efficacia pari a “meno tasse per tutti”».

                  Certo, Giulio Santagata, coordinatore della campagna elettorale di Prodi, ha le sue ragioni nel lamentare che «la decisione sui fondi a disposizione per la campagna elettorale è stata presa pochi giorni fa», ma è pur vero che le idee su come uscire dall’assedio berlusconiano sembrano scarseggiare. E uno dei personaggi più creativi del centrosinistra come Ermete Realacci suggerisce: «Anzitutto dobbiamo fare un’operazione speculare a quella di Berlusconi: lui cerca di occultare i suoi fallimenti, consapevole come è del giudizio consolidato che riguarda la sua azione di governo, e noi dobbiamo fare capire bene che lui non è stato capace di guidare il Paese e si è fatto i fatti suoi». Ma non basta: «Al giusto messaggio di Prodi, ridare una speranza all’Italia, occorre aggiungere la capacità di saper raccontare le tante eccellenze e i tanti talenti di questo Paese. Come quei grandi propagandisti che furono gli apostoli, bisogna saper raccontare agli italiani le tante parabole positive dell’Italia».