“BladeRunner” Politici sul piccolo schermo

19/01/2006
    giovedì 19 gennaio 2006

      Pagina 3 -Primo Piano

        POLITICI SUL PICCOLO SCHERMO – BERLUSCONI IL PIÙ ESIGENTE, A RUTELLI BASTA INFORMARSI SUGLI INTERLOCUTORI

          «Quello in studio non lo voglio»
          La vera storia dei duelli via etere

          retroscena
          MATTIA FELTRI

            ROMA
            «Non ho avuto indicazioni, né da uno stato maggiore né dall’altro», dice Enrico Mentana parlando del faccia a faccia di domani sera fra Silvio Berlusconi e Francesco Rutelli. Né indicazioni né richieste di chiarimento né sondaggi cautelativi e l’unica regola – continua Mentana – è che non ci saranno regole, quindi niente campanelli o clessidre, e nemmeno argomenti concordati. Come sarà, sarà.

              E c’è da trasecolare pensando ai racconti in circolo sulle bizze e le pretese dei politici ospiti in tv. L’ultimo caso è dell’altra sera, quando si è sentito Piero Fassino lagnarsi con Bruno Vespa perché la discussione su Unipol si stava prolungando oltre il tempo prestabilito. Ma di Berlusconi si dice che ancora oggi mandi in avanscoperta collaboratori incaricati di controllare le luci, le inquadrature, e persino la disposizione delle seggiole. Anni fa, per esempio, il presidente del Consiglio declinò l’invito a Pinocchio, di Gad Lerner, perché avrebbe dovuto sedersi su dei cubi scomodi e anonimi. E lui preferisce sistemazioni più solenni, per fattura e collocazione.

                Adesso che è impegnato nella perlustrazione millimetrica dei palinsesti, il capo di Forza Italia si porta appresso il truccatore personale e negli studi della Rai e di Mediaset sostengono d’averlo già visto, il truccatore, e per anni, alle prese con le migliorie su Valeria Marini. Secondo gli esperti, questo truccatore insiste troppo sugli occhi consegnando al premier un’aria da cinema muto. Più contenuta, invece, l’aneddotica a proposito di Francesco Rutelli. Il leader della Margherita generalmente si limita a informarsi sui temi del dibattito e sull’identità degli interlocutori, preoccupandosi – come tutti, ormai scafatissimi – che il cast non sia sbilanciato a favore dell’avversario.

                  A proposito dei duellanti di Matrix, si hanno soltanto pettegolezzi di antipatie insormontabili, mentre qualsiasi redazione d’Italia sa che, per anni, non è stato possibile associare al medesimo show Massimo D’Alema e Giulio Tremonti. Era il presidente dei Ds a non voler sentir parlare del vicepremier. Il veto alla lunga è stato tolto, e l’ultima comparsa della coppia a «Porta a porta» ha soddisfatto entrambi. Che, infatti, si accompagnano felicemente nella presentazione di «Monopoli», il libro di Giovanni Floris, conduttore di «Ballarò». Eppure è proprio Tremonti a tenere vivo uno degli ostracismi più spietati e longevi della televisione italiana: se in studio c’è l’economista Tito Boeri, lui sdegnosamente si nega. La povera Mirta Merlino, ignara, ha recentemente convocato Tremonti e gli ha fatto trovare Boeri che si era già in diretta. Tremonti ha deglutito, concluso la fatica, e a telecamere spente ha trascurato la creanza e seppellito di improperi la signora.

                    Di vicende simili se ne contano a dozzine. Il presidente della Camera, Pierferdinando Casini, non ne fa una questione di rivalità, ma di blasone. Se, per esempio, deve misurarsi con uno dei Democratici di sinistra, chiede che siano Luciano Violante oppure Giorgio Napolitano, suoi predecessori sullo scranno più nobile di Montecitorio. E non accetterebbe mai il contraddittorio con un Gavino Angius, o con un Fabio Mussi, persone degnissime ma non sufficientemente decorate. Ancora, proprio oggi è il sesto anniversario della morte di Bettino Craxi, e il sesto anniversario dell’ultima presenza contemporanea di Enrico Boselli e Gianni De Michelis. Fu nel salotto di Bruno Vespa. Da allora sono soliti stare alla larga l’uno dall’altro. Come molti sanno che Antonio Di Pietro non ha mai acconsentito a farsi intervistare da Filippo Facci, autore di libri e centinaia di articoli di falciante critica all’inchiesta Mani pulite. E dalla redazione di «Otto e mezzo» spifferano della volta in cui il giornalista di «Repubblica», Vittorio Zucconi, impallidì all’idea di misurarsi con Christian Rocca, collega che sul «Foglio» lo aveva criticato e parodiato decine di volte. E la cosa sfumò.

                      Sempre da «Otto e mezzo» ricordano la fatica di trovare giornalisti disposti a colloquiare con Cesare Previti e, dopo un pomeriggio di tribolazioni, soltanto le preghiere più insistite mossero a pietà Antonio Polito, Massimo Bordin e Piero Sansonetti. Più genericamente, i centristi tendono ad evitare la vertenza con altri centristi, temendo di non distinguersi dalla controparte. Ed è più o meno questa la ragione per cui le donne non siedono l’una accanto all’altra. E’ il caso soprattutto di Alessandra Mussolini, Anna Finocchiaro, Katia Bellillo e Chiara Moroni (e tante, tante altre). Esigono di confinare con i maschi, terrorizzate dalla prospettiva del confronto estetico e di essere confuse da un pubblico non ancora abituato alle signore in politica.

                        Per tornare a Di Pietro, pare che ci provi sempre: con la scusa di non essere fra i più assidui in tv, quando viene chiamato sollecita la messa in onda di uno spot del suo partito, l’Italia dei Valori. Finora l’impresa non gli è riuscita. E proprio Di Pietro risulta essere il leader più insistente con i conduttori: «Ma non mi inviti mai… Ma quando mi inviti?… La prossima volta mi inviti?…». Nella speciale classifica, seguono Alfonso Pecoraro Scanio, Clemente Mastella e Boselli.

                          Resta qualche curiosità. Piero Fassino ha giurato che non parlerà più di Unipol, Gianfranco Fini ci tiene a essere presentato come ministro degli Esteri, Armando Cossutta è il più lungo al trucco e Francesco Cossiga chiede sempre un goccetto di whisky.