“BladeRunner” Piero & Francesco, mai stati così uniti

17/01/2006
    martedì 17 gennaio 2006

      Pagina 2 – Primo Piano

        L’ACCELERAZIONE DEL PROFESSORE – COMPATTA DS E RUTELLI. CHE PERÒ S’INTERROGANO: CHE INTENZIONI CELA L’USCITA PRODIANA?

          Piero & Francesco, mai stati così uniti

            retroscena
            Riccardo Barenghi

              ROMA
              Il primo gesto è allargare le braccia, lo fanno anche al telefono. E lo fanno tutti, nel partito di Fassino e in quello di Rutelli, all’unisono allargano le braccia. Stupore e preoccupazione, anche rabbia per non dire incazzatura, questi i sentimenti che il leader dell’Unione ha provocato nei suoi due partiti di riferimento, quelli che dovrebbero dar vita proprio al Partito Democratico più o meno ora, subito. Ma che invece non sembrano ben disposti, già erano arrivati con fatica a delineare un percorso lungo, articolato, ponderato che, prima o poi, li avrebbe portati a unirsi in una sola forza politica. Forse. Ma se questo percorso diventa uno sprint accidentato, i cento metri a ostacoli, allora fermi tutti.

              Fassino e Rutelli d’accordo

                Nessuno, nei Ds e nella Margherita, esclusi i fedelissimi di Prodi, dice che si aspettava un’uscita del genere. Tutto sembrava a posto, lista unica alla Camera e divisi in Senato, qualche seggio per gli uomini del Professore – pochi però, almeno secondo lui – e impegni solenni sul futuro Partito Democratico. Un fulmine a ciel non proprio sereno, visto il caso Unipol, ma insomma un fulmine. Che però ha toccato le corde sbagliate, sia nella Quercia che nel partito di Rutelli. I quali mai come oggi si ritrovano uniti, anche grazie alla tregua sulle scalate bancarie. I due vanno d’accordo, e ancor più da ieri: uniti anche dal loro futuro presidente del consiglio, anzi contro di lui.

                Entrambi poi, su questa trincea, possono contare su tutto il partito, Fassino, e quasi tutto (Rutelli). I quali partiti hanno avuto una reazione analoga, per ragioni in parte simili e in parte diverse. Intanto perché, essendo partiti, si sentono partiti: vogliono misurarsi con l’elettorato almeno al Senato, hanno bisogno di sapere quanto pesano, di tenere insieme le strutture, gli apparati. La Margherita oltretutto è giovane, pensa di avere potenzialità espansive, di attirare voti in uscita dal centrodestra. Vuole sapere chi è e quanto vale. E i Ds non vogliono spaccarsi mentre infuria la polemica sulle scalate (e l’accelerazione prodiana rischierebbe addirittura di provocare una scissione della sinistra), e si sono sentiti anche feriti dalla sortita di Prodi. Proprio mentre sono sotto pressione, indeboliti nell’immagine e nei sondaggi, l’hanno avvertita come una sorta di annessione. Al contrario, i diessini devono dimostrare ai loro elettori non solo che sono «per bene» ma che ci sono. Esistono. Se l’orgoglio della Quercia si era un po’ spento, Prodi è stato capace di resuscitarlo.

                La svolta prodiana

                  Stupore e rabbia dunque, nei due partiti, anche perché tutti si chiedono perché Prodi non ne abbia parlato con D’Alema e Fassino una settimana fa e con Rutelli il giorno dopo. Anche perché erano almeno due mesi che il leader dell’Unione dimostrava molta prudenza, non nominava più il Partito Democratico preferendogli la parola Ulivo, tanto che una delle ultime dichiarazioni (ricordano nella Margherita) era quel «pianin, pianino», riferito appunto al Partito che non c’è. La svolta arriva dunque inaspettata, anche se c’è chi (nei Ds) segnala col senno di poi che mentre Berlusconi e Casini e Fini hanno cominciato già la loro campagna elettorale con i mega cartelloni, Prodi ancora no. Forse per ragioni organizzative o forse, chissà, perché il Professore doveva ancora decidere cosa scriverci dentro quei cartelloni.

                  Ma allora qual è il suo obiettivo, si chiedono all’unisono diessini e rutelliani? E all’unisono si rispondono che esistono solo due alternative. La prima è che l’ex e forse futuro presidente del consiglio voglia più visibilità: più uomini «suoi» alla Camera rispetto ai sei per ora promessi, più circoscrizioni dove candidarsi, più forza politica e magari un riferimento al Partito Democratico nel simbolo. Fosse questo l’obiettivo, un accordo sarebbe più facile, scontando ovviamente una parziale retromarcia dello stesso Prodi.

                  Lo spettro

                    Ma se invece fosse un altro, se fosse sul serio quello che oggi terrorizza l’Ulivo e tutta l’Unione, allora sarebbero guai seri. Anche qui, se parli con un dirigente dei Ds o con uno della Margherita non cogli la differenza, stessi concetti, stesse parole, stessa paura. Quella cioè che Prodi, avendo capito che tanto il Partito Democratico non si farà mai (non a caso De Mita ieri l’ha definito «un orizzonte»), ha deciso di giocarsi tutta la posta. Ovvero di sfidare Fassino e Rutelli a farlo subito e, sapendo che tanto gli avrebbero detto di no, farselo da solo. Con Parisi, naturalmente, provocando così una scissione nella Margherita, e con tutta quell’area ulivista. Sarebbe un terremoto, qualcuno dice addirittura una «guerra termo-nucleare», metterebbe tutti contro tutti, altro che «competition is competition». E poi a quel punto perché il candidato premier dovrebbe essere Prodi che al massimo avrebbe l’8 per cento dei voti costruito sulle macerie di uno scontro tra alleati? E’ un’ipotesi definita «catastrofica», che costringerebbe a rimettere tutto in discussione a poche settimane al voto e mentre la spada di Damocle del caso Unipol pende sulla testa. Un risultato però lo otterrebbe, concludono Ds e Margherita: «Farci perdere le elezioni». Anche stavolta, all’unisono.