“BladeRunner” Padoa-Schioppa pronto alla sfida

01/02/2006
    mercoledì 1 febbraio 2006

    Pagina 3 – Primo Piano

    L’ECONOMISTA – PER VENTICINQUE ANNI IN BANCA D’ITALIA E’ STATO IL RIVALE DI FAZIO

      Il «patriota europeo» pronto alla sfida del liberismo di sinistra

        retroscena
        Stefano Lepri

          ROMA
          Modello svedese: lasciare che chiudano le imprese messe fuori mercato dalla globalizzazione, e allo stesso tempo aprire una solida «rete di sicurezza offerta dallo Stato» per i lavoratori che perdono il posto. Il programma economico che Tommaso Padoa-Schioppa realizzerebbe se divenisse ministro dell’Economia si intuisce da alcuni articoli recenti scritti per il Corriere della sera, che danno anche il senso di una evoluzione. Non rinnega il liberismo che è sempre stato suo, però si preoccupa che non tratti le persone come cose; patriota europeo, difende la qualità della vita e la solidarietà civile dell’Europa contro il modello americano.

            Per dare l’immagine di un’Italia diversa da quella arciitaliana dei furbetti bancari e di Antonio Fazio, ecco che può venire alla ribalta l’uomo che in Banca d’Italia è stato per venticinque anni il rivale di Fazio. Da sempre non si sopportavano, questo borghese di Belluno cortese, elegante, coltissimo, e il rustico self-made man ciociaro, che nel 1993 si trasformò da pari grado alla vicedirezione generale in superiore. E quando Fazio cominciò a mettersi nei guai, Padoa-Schioppa fu uno dei primi a capire che per salvare l’istituzione Banca d’Italia occorreva cambiarle la guida.

              Europeo di etnia italiana
              «Tps» ovvero tipiesse come lo si indica per brevità, è dunque un europeo di etnia italiana, a suo agio nel mondo: studi post-laurea a Boston; quattro anni a Bruxelles come direttore generale per gli affari economici alla Commissione europea; sette anni a Francoforte come membro del comitato esecutivo della Bce e da lì sempre in viaggio per il mondo a tenerle le relazioni internazionali; e ora in movimento tra l’Italia e Parigi, dove presiede l’associazione Notre Europe fondata da Jacques Delors, o Londra, dove guida lo Iasc, un comitato internazionale incaricato di coordinare i principi della contabilità societaria.

                Carlo Azeglio Ciampi, che in Banca lo favoriva e con cui condivide un europeismo senza ombre e senza riserve, sarebbe certo lieto di vedere Padoa-Schioppa occupare la scrivania di Via XX Settembre che dal 1996 al 1999 è stata sua. Ed è da tempo che si parla di lui come del preferito di Romano Prodi – che nel 1998 lo inviò alla Bce – per quel posto; ma o contrasti politici, o una accurata opera di depistaggio, o entrambe le cose, negli ultimi tempi avevano attenuato l’attenzione del «totoministri» giornalistico sul suo nome. Un altro candidato di simile prestigio, Mario Monti, incontrerebbe più difficoltà con l’ala sinistra della coalizione; e Monti stesso sembra preferire una immagine di personaggio al di sopra delle parti.

                  Banchiere e intellettuale
                  Nel frattempo, Padoa-Schioppa si è applicato. Alla Bce era riuscito – unico tra i membri dell’esecutivo – a conciliare la riservatezza ferrea del banchiere centrale con la presenza pubblica dell’intellettuale, autore di numerosi libri, come Europa, forza gentile, del 2001, e Dodici settembre. Il mondo non è al punto zero del 2002. Rientrato da Francoforte, tra articoli e relazioni per convegni ha affrontato una gamma di argomenti più vasta. Ancora ieri, esponeva una diagnosi sul malessere delle banche italiane, energico nella critica degli «avvantaggiati» che ne tengono bassa l’efficienza, annidati «in importanti strati della dirigenza bancaria, nel sindacato, nell’Associazione bancaria».

                    L’evoluzione del liberismo
                    Via via si è evoluto verso sinistra il suo liberismo, fino a far sue le parole di un ministro socialista del Lavoro svedese, che ben potrebbero prefigurare confronti del governo di domani con Cgil, Cisl e Uil: «Il sindacato non deve, pur di tenere in vita vecchie industrie, accettare che i lavoratori si impoveriscano; deve invece difendere occupazione e alti salari favorendo lo spostamento verso produzioni nuove». Inutile continuare ad inseguire i Paesi emergenti abbassando i salari e allungando gli orari, meglio concentrarsi su quello che i Paesi emergenti non sanno fare; ai disoccupati una indennità che metta al riparo dalla miseria ma da togliere a chi rifiuta i nuovi impieghi offerti.