Blackout. Indagine in Svizzera

29/09/2003




29 Settembre 2003

BERNA: LA RICERCA DELLE CAUSE
Indagine in Svizzera
Un albero ha messo l’Italia in ginocchio
«La linea è stata disturbata, ma è la rete italiana ad avere grossi
problemi strutturali. Non sapete gestire tutte le emergenze»


reportage/1
Brunella Giovara
inviata a LUGANO

E’ molto semplice. «La linea è stata disturbata a Brunnen». E da chi? Da un albero. Un albero di Brunnen, Svizzera centrale, canton Svitto, la scorsa notte ha pensato bene di urtare la linea ad alta tensione (non ci è caduto sopra, l’ha solo sfiorata) e così disturbandola, ha disturbato anche l’Italia intera. Semplice, in fondo.
«Tuttavia questo episodio non può costituire da solo la causa del blackout», chiarisce la Svizzera per bocca di Rolf Schmid, portavoce dell’Atel, che è uno dei tre gestori dell’energia elettrica elvetica. «Forse i gestori italiani della rete non hanno reagito in modo corretto…», aggiunge. E «non posso immaginare che l’interruzione di una singola linea in Svizzera faccia venire meno l’elettricità in tutta Italia», si stupisce.
Infine, chiarisce che «immediatamente, abbiamo attivato tutte le procedure previste, e informato i gestori delle reti elettriche in Francia e in Italia», perché «data l’elevata quantità di corrente importata in Italia è assolutamente necessario che i gestori si coordinino velocemente e reagiscano esattamente. Forse nel caso in esame qualcosa non ha funzionato bene», e quel qualcosa – dicono gli svizzeri dell’Atel – non è certo successo qui (dove il blackout è durato 20 minuti, sparso qua e là ma solo in Ticino, nei Grigioni e a Ginevra), ma laggiù, oltre frontiera, da Chiasso in avanti, in quell’Italia «che ha grossi problemi strutturali», spiega Paolo Rossi, direttore dell’Azienda elettrica ticinese. Problemi così grossi da faticare ad assorbire il colpo, quando questo arriva.
Ma la colpa allora di chi è, dottor Rossi? L’albero in fondo è vostro… «Ma io preferirei non parlare di colpe. Parliamo di problemi, ecco». E parlando di problemi si capisce che dal punto di vista elettrico Italia e Svizzera sono profondamente diversi, e quasi incompatibili, se poi ci si mette a discutere sull’ora della telefonata che avvisava l’Italia del prossimo black out.
«Allora, per prima cosa noi svizzeri abbiamo una completa autosufficienza energetica, il che ci permette di venderla anche all’estero. Secondo: siamo fortemente interconnessi con l’Europa, a differenza dell’Italia che ha un numero di interconnessioni con l’estero relativo, ed è perciò fatalmente più esposta al rischio di effetti indesiderati come quello che abbiamo visto». In più, «voi italiani avete bisogno della nostra energia, e noi ve la vendiamo volentieri, anche perché abbiamo un territorio molto più piccolo del vostro».
E si arriva al punto che costituisce, a quasi ventiquattr’ore dall’inizio del disastro, l’unica lieve confessione di una qualche correità (a parte l’albero di Brennen). «Se c’è una lezione che noi possiamo imparare, è proprio questa», spiega Paolo Rossi, che non è un tecnico ma un manager. «Su certe linee particolarmente redditizie, come quelle che vanno verso l’Italia, bisognerebbe lasciare un minimo di ammortizzatore». Ci spieghi. «Se ho le linee che vanno al cento per cento, e ad un tratto una salta, per un motivo banale come un colpo di vento che smuove la cima di un albero, succede una cosa semplicissima: gli elettroni tentano di defluire per altre strade, ma le trovano tutte sature e allora tutto va in tilt».
Facciamo un esempio facile: «Il traffico. Se il flusso di auto arriva alla frontiera e la trova chiusa, si crea un ingorgo. Se il fiume trova uno sbarramento, ci sarà un’inondazione. Le linee vanno gestite in modo da poter assorbire eventuali colpi, come quest’ultimo». Scusi, ma alla fine l’albero di Brennen non era nemmeno sulle sue linee, no? «In effetti no, anche se è vero che la linea parte da Mattlen, canton Lucerna, e arriva a Lavorgo, canton Ticino. Ma i primi ad avere conseguenze siamo stati noi. Alle 3 mi hanno chiamato, alle 3,20 ero al centro comando ed è stata una lunga notte, perché abbiamo lavorato a lungo per il reinserimento delle nostre reti, per poter restituire energia al nostro cantone. Poi, quando è stato chiaro che il consumo italiano era di colpo cessato, abbiamo dovuto gestire questa enorme massa di energia che, per così dire, ci stava tornando indietro, con il rischio di fonderci tutti gli impianti».
Bravi. «Beh, non voglio nessuna corona d’alloro. Siamo un territorio piccolo, il cantone è grosso come la Brianza». E secondo lei che cosa bisogna fare? «Eh, ci vorrebbero nuovi impianti, anche da noi. La volontà delle aziende c’è, e anche i politici sono sensibili. Ma c’è una opposizione locale, legittima per carità, ma in una dialettica democratica ha ragione anche chi non vuole una nuova centrale nel suo paese, città, cantone. "Da qualunque parte ma non nel mio giardino", dice il proverbio. Succede da noi quello che succede in Italia, almeno in questo siamo uguali».