Blackout.Il buio dentro di noi (M.Sorgi)

29/09/2003




29 Settembre 2003
IL BUIO DENTRO DI NOI

di
Marcello Sorgi
ADESSO non ci vengano a dire che è stata colpa della Francia o della Svizzera, che tutto sommato poteva andar peggio, che «per fortuna era sabato notte», e il guaio vero sarebbe stato se fosse capitato in un giorno feriale, a fabbriche e uffici aperti. No, diciamolo chiaramente: il blackout che nella notte tra sabato e domenica ha fermato l’Italia – provocando incidenti, danni, panico, e conseguenze che, pur non tragiche, hanno colpito l’intera popolazione – ci richiama a una realtà alla quale siamo completamente impreparati. Qualcosa che non può essere minimamente sottovalutato.
Non è solo quel che è successo prima dell’alba, il buio sceso nelle strade delle nostre città, i treni fermi in mezzo alla campagna, le lunghe ore di paura e di attesa negli ospedali, la solitudine e l’isolamento degli anziani nelle case, la scintillante «Notte Bianca» romana che di colpo si spegne e precipita nel caos della metropolitana bloccata. E’ soprattutto quel che è accaduto dopo che deve far riflettere: dalle tre e un quarto di notte, ora in cui s’è verificata l’interruzione, alle tre e un quarto del pomeriggio di ieri, malgrado gli sforzi dei tecnici e la buona prova fornita, in questa come in altre occasioni, dalla Protezione civile, solo il Nord e in parte il Centro d’Italia avevano riconquistato la luce. La riaccensione dei lampioni di Roma ha fatto sperare, non si sa perché, che il problema fosse quasi risolto, mentre un terzo e forse più del Paese è arrivato al tramonto guardando sconsolato le lampadine che pendevano dal soffitto senza dar segno di vita. In Campania, in Calabria, in gran parte della Sicilia, intere zone di campagna sono rimaste affidate a candele, torce a pila e all’eterna paziente rassegnazione che di tanto in tanto faceva capolino perfino da rassicuranti trasmissioni televisive. «Vedo con piacere che la luce è tornata anche da voi», diceva baldanzoso il conduttore da studio. «Veramente siamo alla Protezione civile, tutt’attorno è buio, e qui c’è il gruppo elettrogeno acceso», replicava sconfortato il povero corrispondente meridionale.
Di pomeriggio, mentre il ministro dell’Industria Marzano s’affannava a spiegare che in metà del territorio la rete elettrica è in condizioni pietose, dalla Stazione Termini i convogli per il Sud riprendevano faticosamente la marcia, all’alba delle diciassette e trenta, sollevando da una pena lunghissima l’infelice bivacco dei viaggiatori gettati per terra.
Tutto ciò, va da sé, non può essere considerato una disgrazia. Dopo la giornata di ieri un diffuso senso di incertezza s’è impadronito di noi: in qualche modo è come se l’insieme delle nostre normali consuetudini di abitanti della modernità fosse rimesso in discussione. E’ incredibile che un semplice incidente possa spegnere in un attimo l’Italia. Ed è del tutto insopportabile che non basti un giorno per riaccenderla. E’ insostenibile, poi, una dipendenza così forte da fornitori esterni (uno dei quali peraltro, la Francia, ci aveva già avvertito che non sarebbe stata in grado di accontentarci in caso di crescita del suo fabbisogno interno).
Dopo l’estate dei blackout programmati e dell’America paralizzata dalla California a New York, l’Italia tutt’insieme è di fronte agli effetti di trent’anni di politiche energetiche sbagliate. Credevamo che non fosse possibile (qualcuno dei responsabili l’aveva persino detto), invece è accaduto: e adesso, da subito, bisogna far qualcosa per correre ai ripari.