Biologico, solidale, corretto lo shopping che fa sentire buoni

21/01/2003

21 gennaio 2003

 
Pagina 25 – Cronaca
 
Anche le grandi catene di supermercati espongono i marchi di cooperative del Sud del mondo. Nell´ultimo anno aumenti del 50 per cento
Biologico, solidale, corretto lo shopping che fa sentire buoni

Il commercio equo conquista il mercato. Con molte garanzie
          I prodotti sono sempre di più: dalle banane al cacao, dai vestiti agli accessori, ai tanti oggetti di artigianato locale
          MARINA CAVALLIERI

          ROMA – Si trovano tra gli scaffali del grande supermercato o nella bottega chic, piacciono alle massaie e agli studenti, ai contestatori e ai professori. Sono i prodotti del commercio equo e solidale tra i pochi consumi in ascesa nell´attuale depressione degli acquisti. Hanno il fascino della solidarietà, la garanzia del biologico, l´attenzione verso condizioni di lavoro sindacalmente corrette. Sono caffè, tè, camomilla, riso, guaranà, cacao, banane, ma anche maglie, borse: prodotti provenienti da gruppi e cooperative del Sud del mondo che si fanno spazio nel mercato delle multinazionali combattendo la loro battaglia come Davide contro Golia.
          «Nell´ultimo anno i nostri prodotti hanno avuto un aumento del 65 per cento, rappresentano una forma di globalizzazione positiva, di consumo consapevole», dice Paolo Brichetti, direttore marketing di Ctm-altromercato, consorzio di 120 "Botteghe del mondo" che promuove il "commercio della solidarietà". «Da un´indagine fatta nel ’95 risultava che solo il 5 per cento della popolazione conosceva questi prodotti, ora è circa il 25 per cento, con punte del 35». Sono più di un milione le persone coinvolte nel mondo e più di cinquanta i paesi che producono per un´economia sociale che va oltre le buone intenzioni del volontariato.
          Non era così all´inizio, il commercio equo solidale nacque nel nord Europa negli anni ’70 per coinvolgere i consumatori nell´aiuto dei popoli del Terzo mondo, si è sviluppato lentamente fino ad incrociare le nuove tendenze del consumo: tiene conto dell´impatto ambientale, delle condizioni sindacali, della redistribuzione degli utili. Un "plusvalore" etico che aiuta a vendere. Così il caffè prodotto dagli indios messicani o le banane coltivate da cooperative dell´Ecuador sono arrivati sugli scaffali di supermercati come Coop, Esselunga, Conad. «È molto di moda parlare di solidarietà ed equità nei consumi», dice Domenico Brisignotti della Coop. «Ma questa merce non è una moda, rappresenta una contropartita economica per aziende che non ce la farebbero a stare sul mercato. Bisogna però fare attenzione: esiste un´organizzazione internazionale, la Fair Trade Labelling Organization, che si occupa della certificazione, verifica le condizioni e dà il suo benestare con il marchio "Transfair"». Oggi sul mercato i prodotti equo solidali si riconoscono per questo marchio o perché distribuiti da organizzazioni d´importazione. «Non hanno prezzi più cari c´è solo una diversa distribuzione degli utili, circa il 40 per cento va al produttore».
          «Chi sceglie questi prodotti cerca garanzie che i grandi marchi non danno», spiega Daniela Ostidich di Marketing&Trade. «Una volta c´era il negoziante a garantire per il prodotto, ora ci sono i supermercati anonimi dove chi acquista cerca marchi di cui fidarsi. Vuole sapere se sono stati usati pesticidi o disboscate foreste. Il commercio equo solidale continuerà a espandersi perché dà un´immagine positiva e fornisce ciò di cui il consumatore ha bisogno: la fiducia».