Bingoflop

14/10/2002



ATTUALITÀ
ATTUALITA’ – GIOCHI E BUSINESS LA SUPERTOMBOLA UN ANNO DOPO



Bingoflop

Un appunto riservato trasmesso al ministero dell’Economia avverte: entro sei mesi una sala su tre potrebbe chiudere. Nonostante un nuovo regolamento e premi più ricchi.


di 
 
DANIELE MARTINI
11/10/2002

Povero Bingo, non ha ancora un anno ed è già pieno di acciacchi. A Natale del 2001, quando furono aperte le prime sale, pochi sospettavano che il nuovo gioco avrebbe avuto un’infanzia così stentata. In quei giorni di spensieratezza festiva sembrava, anzi, che la supertombola di Stato avrebbe fatto sfracelli: lunghe code agli ingressi, auto in doppia fila, tanta curiosità, gente felice davanti alle cartelle, titoloni sui giornali. È durato poco.
Oggi lo scenario è completamente diverso: per una sala che continua a fare scintille come la gigantesca e superaccessoriata Bingo Re di Roma, ce ne sono dieci che traballano. In un appunto riservato preparato da una società di consulenza e consegnato martedì 1° ottobre al ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, gli esperti fanno previsioni nerissime: «Nell’arco di sei mesi da oggi potrebbero andare in difficoltà 80 sale», soprattutto di piccole e medie dimensioni. Una sala su tre, insomma, potrebbe chiudere i battenti, con effetti a catena: fallimenti, proteste e gente a spasso. Altro che nuovo eldorado dei giochi, il Bingo si è rivelato una quaresima.

Ormai si è aperta una voragine tra quel che la tombola statale è nella realtà e le spensierate previsioni dei governi di centrosinistra,
secondo i quali il nuovo gioco avrebbe moltiplicato pani e pesci assicurando allo Stato un gettito gigantesco e garantendo lavoro quanto una multinazionale: almeno 17 mila dipendenti nelle sale, 30 mila nelle attività collaterali.
In realtà le assunzioni si sono fermate a quota 5 mila e nei prossimi mesi sarà grasso che cola se non caleranno vistosamente. Mentre il gettito è molto meno ricco di quanto i governanti di centrosinistra avevano sperato.
Al momento di impostare la Finanziaria del 2002 il ministro Tremonti ridusse drasticamente le previsioni di entrata dei predecessori portandole a livelli più realistici: 400 milioni di euro. Ma a conti fatti anche Tremonti ha peccato di ottimismo: a fine settembre il gettito era ancora attestato sui 220 milioni di euro e gli esperti ritengono che sarebbe un successone se a fine anno arrivasse a 300 milioni.

Il nuovo regolamento del gioco entrato in funzione alcuni giorni fa e preparato dai Monopoli per tentare il rilancio delle sale è considerato dalla maggioranza dei gestori,
soprattutto quelli in difficoltà, più una sciagura che una soluzione. Con le nuove regole, le possibilità di vincita per ogni partita passano da due a quattro con l’introduzione della Supercinquina e del Superbingo; ai gestori, inoltre, è concessa la facoltà di lanciare una superpartita ogni ora con altri tre premi in palio: Bingo Oro, Argento e Bronzo. Ma gli esperti di statistica hanno calcolato che con questo sistema «ci saranno sale (quelle grandi e molto frequentate) che estrarranno l’intera gamma dei premi entro 15 giorni» e altre in cui questa possibilità si realizzerà «meno di due volte all’anno».
La previsione è che «l’avvento del Superbingo e dei premi speciali determinerà un forte miglioramento dei flussi per le sale maggiori e per quelle uniche in città senza concorrenza. Viceversa subiranno una flessione importante le sale piccole, mal posizionate e in concorrenza con altre maggiori». Conclusione: «La sala piccola e mal posizionata difficilmente sopravviverà a questo sistema».
E infatti i piccoli protestano: «Vogliono strangolarci per creare un oligopolio» sostiene Vincenzo La Ventura, rappresentante del Consorzio Bingo (riquadro in alto).
Il sospetto riguarda soprattutto la Formula Bingo di Luciano Consoli, il provider più grosso, che rappresenta 132 gestori. Ma Consoli ribatte: «È il mercato, chi è bravo vince».

Dei 1.138 imprenditori che più di un anno fa parteciparono alla gara indetta dai Monopoli per il rilascio delle concessioni, la maggior parte si è dileguata vista la mala parata.
Le sale effettivamente in funzione sono solo 265 rispetto alle 420 che avrebbero dovuto essere già aperte. In teoria entro la fine dell’anno prossimo altri 380 gestori potrebbero inaugurare i loro impianti, ma stando così le cose difficilmente si lanceranno nella partita.
Anzi, dopo aver capito che soprattutto per i locali piccoli il Bingo non è un affarone, ma un bagno, molti gestori stanno cercando di vendere le concessioni e sono alla ricerca di acquirenti.
Pochi abboccano, però; solo i grandi gruppi, esperti del ramo e con le spalle larghe dal punto di vista finanziario, si fanno avanti, ma senza correre, convinti che il tempo lavori per loro e sicuri che, una volta scremato il mercato, chi rimarrà si leccherà le dita.

Anche se i guai del Bingo stanno venendo fuori tutti insieme e, a sorpresa, le cause che li determinano sono antiche.
Risalgono ad almeno un paio d’anni fa, quando furono preparati i regolamenti per l’avvio della supertombola. L’errore più macroscopico fu quello della localizzazione degli impianti: il governo di centrosinistra non scelse né la logica della liberalizzazione né quella della pianificazione stretta. Preferì una strana linea ibrida e i risultati vengono a galla oggi: a Torino, per esempio, in viale Unione Sovietica è successo persino che aprissero due Bingo l’uno accanto all’altro.
E a Roma sull’Appia ci sono cinque sale a distanza di nemmeno mezzo chilometro l’una dall’altra, mentre nella zona nord non c’è nemmeno un impianto aperto.

Per uscire dal pantano ora molti gestori propongono al ministero dell’Economia e ai Monopoli di cambiare i connotati delle sale.
«Devono diventare poli di intrattenimento, come già succede in altri paesi» spiega Vittorio Casale, amministratore della Codere, società spagnola con una lunga tradizione nel settore giochi. L’idea è di piazzare accanto ai tavoli della tombola anche il botteghino per le scommesse, slot machine e videopoker.
Ma già si profila l’opposizione di chi considera il Bingo un gioco che rovina le famiglie e crea migliaia di ludodipendenti, cioè dipendenti dal gioco.
«Vogliono trasformare le sale in bische» accusano. E promettono battaglia.