Bingo: nella caccia alle sale rispunta Flavio Carboni

10/01/2001



Corriere della Sera



IL RETROSCENA

E nella caccia alle sale rispunta Flavio Carboni

      ROMA – Hanno facce conosciute. E anche i nomi e i cognomi: già letti, da qualche parte. In un caso, poi, va quasi via il fiato: Flavio Carboni. Ciò che colpisce subito è l’alto numero di faccendieri, imprenditori, politici, e di amici dei politici, che si preparano a partecipare al grande affare del «Bingo». C’è chi si candida a controllare gli introiti delle sale da gioco. E chi, invece, vorrebbe solo offrire servizi di assistenza ai vari gestori. Miliardi da investire, e molti di più da incassare. In queste ore s’intrecciano le ultime trattative, si stringono patti, alleanze. Si cercano, soprattutto, gli spazi dove ospitare i giocatori, che saranno centinaia, ad ogni partita. Servono palazzi da restaurare, cinema, teatri. Testimoni attendibili sostengono che, a Roma, li starebbe cercando proprio il finanziere sardo Flavio Carboni, celebre per essere stato coinvolto nel suicidio di Roberto Calvi e per essere poi entrato ed uscito dal carcere numerose volte: l’ultima, poco più di un anno fa, quando fu arrestato dalla Guardia di Finanza, che indagava su un’organizzazione specializzata nel riciclare il denaro proveniente dal traffico di stupefacenti. Il metodo usato era semplice, sicuro, collaudato: acquistavano appartamenti, per poi rivenderli. L’operazione delle Fiamme Gialle era denominata «Bingo 2». Una casualità, si capisce.
      Un po’ meno casuale si rivelerebbe però la presenza del faccendiere nel complesso giro di mediazioni che, nelle ultime settimane, si è scatenato in certi salotti della Capitale. Vendere un cinema, acquistare un teatro. Banche che devono prestare denaro, altre che ne devono incassare. Firme da mettere, garanzie da assicurare. Un genere di faccende in cui, come testimoniano decine di indagini giudiziarie, Flavio Carboni saprebbe muoversi con riconosciuta abilità.
      Però, in questo affare del Bingo, sono in molti a dover dimostrare una certa destrezza. Perché se il gioco – sintesi della tombola italiana – è semplice, l’affare potrebbe rivelarsi più complicato. Per questo, non sono pochi quelli che hanno deciso di unire le forze e le conoscenze. Come, ad esempio, è successo ai creatori di «Formula Bingo», la società che – al pari della rivale «Snai» – è pronta ad offrire consulenza ed assistenza tecnica ai gestori delle sale.
      Presidente della società è così diventato l’ex ministro democristiano Vincenzo Scotti, mentre il suo vice è l’imprenditore Luciano Consoli, celebre sia per le sfortunate vicende editoriali –
      La Voce, Liberal - ma anche e soprattutto per una presunta «contiguità» ai Democratici di sinistra e, in particolare, a Massimo D’Alema e ad alcuni suoi stretti collaboratori. Con Scotti e Consoli si sono poi alleati anche Confcommercio e Confesercenti e, insieme, già dichiarano di avere «almeno 213 clienti, in corsa per altrettante sale».
      In corsa, per quelle sale, ci sarebbero però anche il produttore cinematografico Vittorio Cecchi Gori e Roberto Colaninno, presidente ed amministratore delegato di Telecom e poi anche patron della Olivetti, tramite la quale ha acquistato il 5 per cento della spagnola Cirsa, una delle più forti multinazionali delle lotterie, dei video-poker e, appunto, del Bingo.
      Il senatore Vittorio Cecchi Gori, a Roma, è già proprietario di tre sale cinematografiche – il New York, il Golden e il Volturno – assolutamente perfette per diventare sale da Bingo, se non avessero il limite di essere in periferia. Ne servirebbero, invece, di più centrali.
      Servono a tutti sale centrali. Forse è questo che ha intuito Flavio Carboni.
Fabrizio Roncone


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