Billé: «Giù le tasse, serve fiducia»

18/06/2002


16 giugno 2002






Il leader degli esercenti auspica un accordo il più ampio possibile sulla riforma del lavoro, a partire dagli ammortizzatori sociali: «Ho visto approcci sbagliati da ambo le parti»

«Giù le tasse, serve fiducia»

Il presidente di Confcommercio, Billé, preoccupato per il calo dei consumi: «Il governo sia coraggioso, riduca subito la pressione fiscale. Nel primo trimestre la spesa pubblica è cresciuta dell’1,9%: è ora che lo Stato dia il buon esempio»


dal nostro inviato a Catania Eugenio Fatigante

Teme che questo federalismo «diventi una maionese impazzita». Rimprovera al governo di non dare l’esempio visto che nel primo trimestre, con tutti gli indicatori che calavano, «le spese della pubblica amministrazione sono salite ancora dell’1,9%». E chiede una «coraggiosa scelta di fiducia» con un anticipo già a quest’anno di «misure di riduzione fiscale». Sergio Billé, presidente di Confcommercio, affila le armi in vista delle grandi scelte che attendono il Paese, a partire dalle riforme del lavoro sulle quali nutre un rammarico: «Non si potrà evitarle, prima o poi; ma quanti approcci sbagliati da ambo le parti». Partiamo da quest’ultimo punto per chiedergli che senso avrà un’eventuale intesa senza la Cgil: «Ho sempre sostenuto – risponde – che le riforme si fanno col maggior consenso possibile. Quanto all’articolo 18, non ne ho mai sottovalutato l’utilità, ma penso che dovesse venire dopo altri obiettivi. E adesso, con una crisi gravissima come quella Fiat, come si può pretendere che i lavoratori accettino sorridendo un arretramento dei diritti? Si è fatto un regalo enorme a chi voleva una strumentalizzazione politica».
Cioè alla Cgil?
Certo. Cgil la quale a sua volta ha imboccato una strada troppo esposta non prendendo atto che in ogni caso, anche se Berlusconi ha solo spostato le norme in un altro ddl e non le ha stralciate, questo trasferimento era da parte sua un rimescolare le carte che poteva preludere ad altri risultati.
Cofferati lascia un’eredità difficile.
Noto però che Epifani ha definito quello accettato da Cisl e Uil «un accordicchio» dimostrando già un’ottica diversa da Cofferati. Ma non voglio guardare in casa altrui. Mi preme semmai sottolineare che il governo doveva partire dai nuovi ammortizzatori sociali, puntando a un’indennità da calibrare soprattutto sulla rioccupazione. O pensando a una contrattazione più decentrata localmente. Erano queste le priorità. Sulle riforme, comunque, domani ci incontreremo con altre associazioni di categoria e dopo presenteremo un documento con le nostre posizioni.
Per di più ora ci si trova a fare le riforme con pochi soldi.
Già. E saranno riforme coi piedi d’argilla se non si sanano i conti. Va riconosciuto che molte cause sono state esterne e che hanno problemi anche Francia e Germania. Ma rispetto a loro noi dobbiamo fare con rapidità le riforme.
Anche le Regioni non aiutano il quadro.
Qui siamo alle solite. S’è tanto insistito sul federalismo, ora ci si accorge che la gestione delle materie loro affidate costa una tombola e che le Regioni hanno cumulato un debito di 60 miliardi di euro. È come se un benestante donasse al figlio una splendida auto d’epoca dai consumi elevatissimi. Non sarebbe stato meglio assegnargli prima un’utilitaria? E se si pensa che con qualche ticket in più o in meno si può risolvere il problema si incorre in un nuovo errore. Non vorrei che si facesse una maionese impazzita.
È pessimista?
Valuto i dati. Il Pil viaggia all’1,3-1,4%, la vera ripresa si è spostata alla seconda metà del 2003, i consumi 2002 difficilmente cresceranno all’1%, e calano anche i consumi di beni alimentari (si veda altro articolo, ndr). Il che, per inciso, non mi sorprende: le famiglie hanno spostato i risparmi in Borsa e lì hanno visto farsi terra bruciata. E lo Stato che fa? Aumenta le spese dell’1,9%. No, non ci siamo. Qui serve un’endovena di speranza: per questo chiedo al governo di anticipare al 2002 parte delle riduzioni Irpef e Irap. È la ricetta Usa: anche dopo l’11 settembre hanno fatto detassazioni e nuovi investimenti. Perché non provarci?