Billè: e il governo pensa di aiutare così l’economia?

07/10/2002

          sabato 5 ottobre 2002

          Per il presidente della Confcommercio la crescita dell’economia sarà solo dello 0,4%. Gli sgravi Irpef insufficienti per aiutare i consumi
          Billè: e il governo pensa di aiutare così l’economia?

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          Felicia Masocco

          ROMA La crescita economica quest’anno
          sarà più che modesta, praticamente
          rasoterra per Confcommercio che stima
          l’aumento del Pil allo 0,4%, ancora
          meno dello 0,6 indicato dal governo. E
          per l’anno prossimo inutile aspettarsi
          «il salto con l’asta», il 2,3% è fuori discussione
          per il centro studi di Sergio
          Billè: molto più verosimile è un l’1,8%.
          Un presente e un futuro prossimo a
          tinte fosche quello tratteggiato dall’associazione
          degli esercenti, ne consegue
          che la Finanziaria di Tremonti non è
          altro che «una piccola ciambella di salvataggio
          lanciata a un sistema che stava
          davvero rischiando di affondare. E questo
          è meglio di niente, almeno si galleggia»,
          ha detto il presidente in una conferenza
          stampa. La «ciambellina» non è
          comunque in grado «di tirare fuori il
          sistema dalla acque fredde della crisi e
          di riportarlo all’asciutto». Billé ci va giù
          duro, snocciola dati e mette l’accento
          su quelli che toccano da vicino la sua
          organizzazione, sarebbero infatti i consumi
          delle famiglie la causa di una crescita
          economica tanto risicata. Il centro
          studi parla di una domanda di consumi
          pari all’1,6% contro il 2,5% indicato
          dal governo. E gli sgravi Irpef possono
          fare poco o nulla, «sono inidonei»,
          perché serviranno a recuperare «parzialmente»
          il potere d’acquisto perso
          con l’inflazione; perché le famiglie meno
          abbienti beneficiarie della riduzione
          «vivendo già sulla soglia della sopravvivenza
          difficilmente potranno aumentare
          i loro livello di consumo» anche considerando
          che «i pochi soldi che metteranno
          in tasca serviranno – e non si sa
          in molti casi se basteranno – ad assorbire
          tutti gli aumenti di tariffe e servizi
          che ci sono stati». «E davvero qualcuno
          pensa che così possa ripartire il sistema?»,
          si chiede retorico Billè. Quel
          «qualcuno» pare comunque disposto a
          tirar fuori dal cilindro un provvedimento
          per favorire la rottamazione di elettrodomestici
          e beni durevoli: «So che
          Tremonti lo vuole scrivere», ha confermato
          Billé, che mette il rilancio dei con-
          sumi al primo posto della sua ricetta.
          Per Confcommercio è infatti necessario
          fare qualcosa di più per le «altre»
          famiglie quelle collocate nella fascia di
          reddito dai 25mila ai 40mila euro che
          oggi produce circa il 70% dei consumi
          di questo paese. Secondo: evitare quello
          che definisce «un tortuoso giro di
          conto», cioè che gli enti locali «per fare
          cassa» aggirino il blocco dell’addizionale
          Irpef «attuando aumenti a raffica su
          Ici, costi dei servizi di pubblica utilità,
          nettezza urbana , ticket sanitari e quant’altro.
          Evitare insomma che «imprese
          e famiglie siano costrette a sopportare
          oneri ancora maggiori di quelli attuali».
          Il rischio, denunciato dalle forze di
          opposizione e dalla Cgil esiste, eccome.
          Terzo: «rivoltare come un guanto» la
          pubblica amministrazione e «costringerla
          a ridurre sostanzialmente le sue
          spese di gestione corrente» in modo da
          reperire le risorse «per fare le riforme
          oggi al palo».
          Le noti dolenti continuano con il
          Sud «ci sono meno soldi di prima»;
          scuola e sanità «rischiano di non avere
          fondi per le riforme»; e c’è il conflitto
          sociale, «i margini ristretti» che le imprese
          e lo Stato hanno per il rinnovo
          dei contratti «rischiano di accrescere le
          tensioni e di limitare ulteriormente la
          possibilità di ripresa del sistema». Senza
          contare che su tutto resta «il detonatore
          ancora innescato» dell’articolo 18.
          «Per fortuna è slittato a gennaio».