Billè: da tre anni Berlusconi ci prende in giro

20/09/2004


            sabato 18 settembre 2004

            Billè: da tre anni Berlusconi ci prende in giro
            L’accusa del leader dei commercianti: per famiglie e imprese non c’è niente, solo promesse, scenderemo in piazza

            Felicia Masocco

            ROMA Sergio Billè si sente preso in giro dal governo e in vista della Finanziaria presenta il conto e minaccia di «scendere in piazza come hanno fatto i consumatori». Il presidente dell’associazione dei commercianti sa che la miglior difesa è l’attacco e invece di farsi stringere in un angolo per la nota questione dell’aumento dei prezzi cui si deve il ristagno dei consumi, rovescia l’ordine delle cose e parte dalla perdita del potere d’acquisto delle famiglie. Da qui l’attacco al governo per la promessa mancata della riduzione della pressione fiscale. «Sono tre anni che le famiglie e le imprese attendono. Fino ad ora non si è visto nulla e tutti ci sentiamo presi in giro. I pochi soldi disponibili – accusa – vengono dirottati ad imprese che però non riescono a produrre né sviluppo né nuovi posti di lavoro».
            A Billé non va proprio giù che «non si sappia nulla della riduzione dell’Irpef», («una riforma scritta a matita») mentre «c’è il fondato sospetto» che per la riduzione dell’Irap «ci sia già qualcuno che sta compilando l’elenco, il solito da sempre, dei possibili destinatari». Un po’ di polemica con Confindustria per dire che l’Irap va tagliata a tutte le imprese, e moltissima con il governo che di fronte «a una drammatica situazione di stallo» non fa sostanzialmente nulla, «non c’è nemmeno un refolo di vento che segnali che qualcosa stia finalmente cambiando», «è ora che si dia una mossa – aggiunge Billé – l’attesa dell’annunciato “new deal” sta diventando troppo lunga, la nostra pazienza è agli sgoccioli». L’elenco delle lamentele è lungo: il governo aveva promesso di discutere della Finanziaria con le parti sociali e invece «stiamo facendo una lunga anticamera senza finestre»; con i soldi dei cittadini «lo Stato continua a comportarsi come la Caritas elargendo sussidi ad imprese decotte o saldando i debiti accumulati da scandalose gestioni come quella Alitalia», mentre non si è fatto nulla per le infrastrutture o per migliorare i servizi nel turismo. Ancora: «non si riducono le tasse, ma neanche si mettono più soldi in busta paga» rinnovando i contratti scaduti. L’unica cosa certa per il presidente di Confcommercio è che la manovra correttiva di 7,5 miliardi di euro «si sta tramutando in una stangata per i possessori di seconde case e per i costi di utenza di banche e assicurazioni».

            Lo sviluppo è da «encefalogramma piatto», il centro studi di Confcommercio stima una crescita del Pil per il 2004 dello 0,9% (+1,2% nel 2005), e dell’inflazione del 2,3% dovuta perlopiù – secondo i commercianti – all’impennata dei prezzi del petrolio. I margini di guadagno delle imprese a sentire Billé si comprimono, sono infatti aumentate molto voci, una per tutte le tasse locali (+14%). Passando alla spesa delle famiglie, nel 2004 si dovrebbe registrare un aumento dello 0,8% ( famiglie residenti) e +0,9% (famiglie sul territorio), poca cosa, ma quantomeno di segno positivo.

            In tutto questo il «patto» per mettere un freno ai prezzi che per il governo dovrebbe essere la panacea per tutti i mali, per Sergio Billé è «solo un intervento da pronto soccorso». Impegno apprezzabile, certo, ma l’invito è a «non prendersi in giro dicendo che questa crisi può essere risolta solo ritoccando il prezzo di qualche prodotto per qualche mese».

            A Confcommercio non piace la richiesta di nuovi orari per i negozi, «tra un po’ ci chiederanno di aprirli anche di notte e magari di mettere le entraineuse al posto delle commesse». Una bocciatura sonora di quell’accordo viene anche dai sindacati, Filcams-Cgil, Fisascat-Cisl e Uiltucs sono contrarie «al peggioramento delle condizioni di lavoro degli addetti» verso cui tende il «patto» e sono pronte alla mobilitazione per contrastarlo. Forti dubbi anche sulla sua efficacia sull’inflazione: il blocco dei prezzi riguarda infatti «solo il 14% del volume d’affari della grande distribuzione, cioè solo il 10% dei consumi alimentari italiani». Insomma, per i sindacati è più una misura propagandistica che altro.