Billè: canteremo in coro quando ci sarà uno spartito su cui farlo

29/03/2004



29 Marzo 2004

La Confcommercio prudente
Billè: canteremo in coro quando ci sarà uno spartito su cui farlo
dall’inviato a CERNOBBIO

    IL coro ci sarà a patto che ci sia lo spartito su cui cantarlo. Per ora ho sentito solo l’annuncio che qualcuno scriverà un’opera». Sergio Billé non lesina i sorrisi e le strette di mano ai suoi iscritti che lasciano i saloni del Grand Hotel Villa d’Este sulle note di quel ripetuto richiamo di Silvio Berlusconi a «un coro positivo che sostenga» l’opera del governo, a quel «vi chiedo di sostenerci un po’ di più» rivolto alla platea dei commercianti certo non pregiudizialmente ostile al premier. Ma prima di dare il via al canto della Confcommercio aspetta – dice – che l’«elemento di novità assolutamente rilevante annunciato oggi venga completato», dando così ancora corpo all’idea che i suoi rapporti con la maggioranza siano improntati quantomeno a una solida prudenza .
    Poco importa, invece, che la «scossa» invocata dai commercianti e preannunciata qui sabato dal ministro Tremonti si sia di fatto risolta con l’annuncio da parte di Berlusconi dell’intenzione di attuare al più presto il secondo modulo della riforma fiscale – l’Irpef dal 47% al 33% -, alla constatazione che «molto deve essere fatto altrove», leggasi a Bruxelles, e all’elenco delle cose già fatte dal governo. Per il leader dei commercianti è già una bella conferma del suo potere dentro e fuori la categoria aver portato il premier davanti ai suoi iscritti in una giornata miracolosamente assolata dove i pochissimi vip – fa eccezione Anna Falchi al seguito del compagno Stefano Ricucci – appartengono alla politica piuttosto che all’economia e con riflesso pavloviano taccuini e telecamere si affollano attorno a Francesco D’Onofrio snobbando invece l’ex premier israeliano Bibi Netahnyau che ai commercianti ha appena spiegato come si combatte il terrorismo: «Prendete Gheddafi. L’hanno bombardato, è quasi morto. Adesso ha cambiato campo».
    Billè, invece, se il paragone non fosse troppo azzardato, il campo non lo cambia e si tiene in continua spola dall’uno all’altro. Diplomazia a tutti i livelli, anche quello del fiasco – a Cernobbio, per sanare una querelle che lo aveva opposto ai vinaioli di Frascati, ha portato bottiglie dei Castelli accanto ai suoi arancini di riso – e diplomazia verso le promesse del premier, visto che «al di là di tutto c’è un momento difficile del paese e di fronte a questo si è acquisita oggi la possibilità di anticipare la parte più polposa della riforma fiscale». Ma le incognite restano tante, specie per chi come il presidente di Confcommercio si sgola a chiedere misure immediate: «Bisogna vedere come questo avverrà, con che gradi e tempi». Quel che più importa, ripete, è che le risorse che si potranno trovare, finiscano nelle tasche delle famiglie – e di qui presumibilmente entrino nel ciclo dei consumi – e «non ci siano tentazioni nel governo di aiuti alla macchina pubblica, con i vecchi modi». Una posizione che è anche il termometro di un deciso raffreddamento di rapporti con An, la parte della maggioranza e del governo più vicina agli interessi dei dipendenti del settore pubblico. Del resto già all’inizio della tre giorni di Cernobbio – mentre lanciava messaggi di grande apertura alla nuova presidenza della Confindustria – Billé spiegava anche di preferire la linea interventista sulla spesa pubblico di Giulio Tremonti a quella «garantista» di Gianfranco Fini. Dal canto suo il vicepremier, atteso per ieri a Cernobbio, si è scusato e non è venuto.
    Con Berlusconi fino a un certo punto, anche per quel che riguarda l’idea che gli italiani debbano rinunciare a qualche ponte – non certo quello sullo Stretto – e lavorare di più. «Come operatore turistico – dice un Billè memore del fatto che tra i suoi rappresentati ci sono anche gli albergatori, le palestre, le discoteche – mi chiedo se così non ci siano consumi che vengono a mancare. Certo, comunque, che la ricetta francese delle trentacinque ore settimanali è fallita». E gli orari più lunghi o più flessibili per i negozi? Non aiuterebbe i consumi anche un panettiere aperto la domenica? Qui il terreno si fa scivoloso per i commercianti, anche perché nella partita degli orari la tanto temuta grande distribuzione risulta sempre più forte. «Il problema per noi non è quello di tenere i negozi aperti, ma di avere i clienti che ci entrano»