Billè all’attacco su governo, banche e sindacati

24/06/2005
    venerdì 24 giugno 2005

      pagina 3

        CRITICHE ANCHE ALLA SINISTRA: DITE CHE COSA FARETE SE VINCETE ALLE URNE

          Billè all’attacco su governo, banche e sindacati

            «Giù il pil, gli investimenti e l’export, è l’ora della verità per Dpef e Finanziaria»

              Raffaello Masci

                ROMA
                La congiuntura è pessima, la crescita negativa, il rapporto deficit-pil si appresta a sfondare quota 4 per cento, la mancanza di infrastrutture ci costa l’1,5 per cento del Pil, la burocrazia è ancora una macchina inutile e costosa… e via elencando. In tutto questo occorre rimboccarsi le maniche ed esigere, con spirito di squadra, un Dpef e una Finanziaria capaci di imprimere una svolta decisiva.

                  Sergio Billè, presidente di Confcommercio, ha letto una relazione di fuoco: tutte le opposizioni l’hanno considerata una requisitoria contro il governo. Eppure, all’annuale assemblea della categoria che si è tenuta ieri mattina al palazzo dei Congressi di Roma, il leader degli imprenditori del commercio e dei servizi, è stato pacato nel tono, gentile con il governo che gli sedeva davanti quasi al completo, al punto di suscitare perfino applausi all’indirizzo del presidente del Consiglio.

                    In realtà, se Billè ha fatto una analisi spietata della situazione recessiva della nostra economia, ha tuttavia chiamato a raccolta ciascun soggetto di fronte alle proprie responsabilità: il governo perché agisca con decisione in questo scorcio di legislatura, le opposizioni perché costituiscano un governo ombra e dicano fin da ora cosa intendono fare se dovessero vincere le elezioni, il sistema bancario perché guardi all’imprenditoria produttiva invece che fare da badante ad aziende in declino, il sindacato perché cambi approccio rispetto al mercato del lavoro, gli imprenditori (compresi i suoi) perché si rimbocchino le maniche e smettano di lamentarsi della concorrenza cinese.

                      Insomma ce n’è per tutti in questa relazione di 25 cartelle, a metà tra un programma di governo e un’enciclica esortativa, e per giunta costellata di citazioni colte (Dumas, Muzio Scevola) e riferimenti orientali (lo Zen, Gengis Khan, le consuetudini guerriere giapponesi).

                        «Le prospettive per la nostra economia sono purtroppo quelle che sono – ha detto Billè -: il prodotto interno lordo nel 2005 anziché crescere diminuirà dello 0,2 per cento rendendo così palpabile lo stato di recessione». Per non dire degli investimenti che diminuiranno dell’1,4 per cento, dell’export che calerà del 2,3 per cento, del saldo della bilancia commerciale che rischia di essere il peggiore dal ’91 e della crescita dei consumi che sarà quasi nulla (+0,1 per cento). Se la diagnosi è questa – ha detto Billè – «è arrivato il momento della verità»: o il Dpef e la Finanziaria saranno «di straordinario impegno e fortemente innovativi per credibilità, indirizzo, spessore e qualità di interventi» o la strada per l’economia italiana diventerà «una mulattiera».

                          Dunque fin da ora e senza indugi elettoralistici, il governo deve dire subito cosa intende fare, magari facendo scelte «durissime, anche impopolari».

                            Una sferzata c’è stata anche per banche e sindacati. Le prime sarebbero colpevoli di «svenarsi» per tenere in piedi le grandi aziende manifatturiere mentre farebbero le parsimoniose con le piccole. Con riferimento al presunto «nanismo» della nostra imprenditoria ha detto: «Se non ci fossero questi sette nani a produrre, negli ultimi anni, una quota importante di lavoro e di ricchezza, mentre alcune Biancaneve pensavano solo ad innaffiare i fiori, il Paese starebbe oggi assai peggio di come sta». E giù applausi.

                              Quanto ai sindacati ha ricordato loro di aver rinnovato il contratto degli statali «a peso d’oro», e li ha invitati a convincersi dell’ineludibilità di «un diverso approccio ai problemi del lavoro».

                                Proposta finale a tutti: «Smettiamola di dare sempre la colpa solo ai reggiseni, alle T-shirt e alle scarpe made in China. Perché tutti i settori di impresa non decidono, per qualche tempo, di rinunciare a qualsiasi forma di contributo statale, pretendendo però che, in cambio, queste risorse vengano destinate subito a investimenti per infrastrutture? Se questa iniziativa prendesse corpo – ha concluso – essa sarebbe un bel modo per fare davvero squadra».