Billè alla ricerca del tavolo di serie A

05/06/2001

Corriere della Sera




Corriere Economia Anno V – Numero 22 Lunedì 4 giugno 2001
il numero in edicola
SVOLTE L’offensiva anti-Confindustria del presidente dei commercianti

Billè alla ricerca del tavolo di serie A


Corteggia Cofferati. In vista della concertazione dell’era Berlusconi

      T ra Antonio D’Amato e Silvio Berlusconi spunta Sergio Billè. Il presidente dei commercianti da un po’ di tempo sembra essersi posto l’obiettivo sistematico di rovinare la luna di miele tra Confindustria e il Polo. In gergo giornalistico la sua tattica si chiama «sparigliamento». Billè spiazza il gioco delle parti: si allea con Cgil contro Confindustria e Cisl e Uil, sventola lo spettro della pace sociale, mette in guardia il futuro premier dai pericoli di un’alleanza con D’Amato, vanta un vecchio feeling con Tremonti ma boccia l’idea di scongelare la legge che porta il suo nome. A che cosa mira? In prima battuta la sua vis polemica sembra diretta a marcare più nettamente che in passato la distinzione tra Confcommercio e Confindustria. Ma dietro c’è un disegno più ambizioso: in sintesi, scalzare l’egemonia delle industrie nell’ambito del dialogo economico con il governo. La strada di Billè è tortuosa ma sembra essere quella vincente. Nei giorni scorsi il leader dei commercianti è tornato ad avvertire Berlusconi. «Se andasse alla Camera a fare il discorso che D’Amato ha fatto all’assemblea di Confindustria – ha detto – si troverebbe i lavoratori in piazza come nel ’94». Il discorso ha incassato il plauso di An. Francesco Storace, governatore del Lazio, ha detto che la posizione del leader dei commercianti va tenuta in conto perché il Polo ha ricevuto voti da tutte le classi sociali, non solo dagli imprenditori. Tra i sostenitori del Polo ci sono, probabilmente, buona parte degli 800 mila affiliati a Confcommercio. L’insediamento del governo di centrodestra è l’occasione per farli uscire dal cono d’ombra di Confindustria.
      Al di là della comune avversione per le tasse, le ricette delle due confederazioni in materia di politica economica divergono. Per Billè è prioritario il rilancio della domanda, per D’Amato gli investimenti. Se il leader di Viale dell’Astronomia chiede riforme delle pensioni, licenziamenti, incentivi alla produzione e agli investimenti delle imprese (la Tremonti appunto), Billè chiede di far ripartire i consumi, in stagnazione da un anno, aumentando la capacità di spesa delle famiglie italiane. Ai commercianti preme più che mai, in questa fase, calmare l’inflazione. Perciò Billè chiede e chiederà a Berlusconi di intervenire per bloccare la crescita delle tariffe delle utilities infiammate dai prezzi del petrolio e l’innalzamento del tetto dell’inflazione programmata, una misura questa che avrebbe l’immediato effetto di ingrossare le buste paga dei dipendenti (a carico delle imprese) e aumentare la capacità di spesa delle famiglie. Di dichiarazione in dichiarazione, il presidente-pasticciere cerca di guadagnare credibilità e intanto prepara il terreno per lanciare la sua piattaforma programmatica alternativa a quella di Confindustria.
      Billè giustifica la sua intraprendenza dialettica con le statistiche. Il terziario privato, cioè commercio, turismo, nautica e informatica, che al 70-75% fa capo a Confcommercio, spiega il centro studi, realizza più o meno il 52% del Pil, mentre le imprese manifatturiere realizzano il 28%. E’ un settore in fase di drastica evoluzione: vuoi per la crescita del peso della grande distribuzione (rappresenta il 50% del food e 15% del non food), vuoi per l’impatto dell’e-commerce e del B2B. Il rafforzamento politico di Confcommercio, inoltre, passa anche per la riorganizzazione interna. Quest’anno sono state create, sul modello di Confindustria, le prime due organizzazioni di secondo livello (per rappresentare meglio turismo e trasporti) e altre sono in cantiere.
      Con questo bagaglio alle spalle Billè punta al cosiddetto «tavolo di serie A» della concertazione tra parti sociali e governo, prerogativa storicamente riservata a Confindustria. Tra gli addetti ai lavori del dialogo sociale è sempre prevalso un certo snobismo nei confronti dei commercianti schiacciati dal cliché di bottegai. Billè ha deciso di cambiare musica. L’occasione per avviare la battaglia di autoaffermazione della categoria è stata fornita dalla ratifica della direttiva Ue sui contratti a termine. Ma, strada facendo, l’orizzonte si è allargato alla ridefinizione dei rapporti di forza in vista della ristrutturazione dei patti sul lavoro del ’93. Billè, secondo Aris Accornero, docente di sociologia industriale alla Sapienza, ha approfittato del fatto che il nuovo esecutivo non ha ancora una filosofia della concertazione. Il meeting organizzato dalla Confcommercio a fine marzo a Cernobbio, con premi Nobel e banchieri, è stata una sorta di contro-kermesse rispetto alla precedente assise degli industriali a Parma ed anche un passo verso la sprovincializzazione della categoria. Il messaggio per Berlusconi era che i negozianti non sono più una «Vandea che protesta contro le tasse» ma sono in grado di far propri gli interessi del Paese.
      E al meeting di Cernobbio invitato d’onore era Sergio Cofferati che aveva appena disertato la riunione di Parma. L’asse tra Confcommercio e Cgil, sul no alla ratifica dei contratti a termine, in contrasto con Cisl e Uil, è stata il colpo di teatro di Billè. La difesa di Cgil è apparsa strumentale ma aveva motivazioni pragmatiche. «Quello dei commercianti – spiega ancora Accornero – è un contratto di categoria di basso profilo economico e molto differenziato nei diversi settori. La sua applicazione è fonte di continui contenziosi, tra la Camera del lavoro e preture ci sono pendenti migliaia di causa di lavoro che riguardano il commercio. In questo contesto l’appoggio di Billè a Cofferati è una mossa dettata da puro realismo, comportarsi diversamente e avallare un accordo non firmato da Cgil avrebbe voluto dire creare una nuova fonte di guai ai propri iscritti». Inoltre, nel commercio la flessibilità è prassi da tempo.
      «I contratti a termine – prosegue il sociologo – li hanno in un certo senso inventati i commercianti. Non possono prendere lezioni da D’Amato su un tema che le industrie fino a cinque anni fa nemmeno conoscevano».
Roberta Scagliarini


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