Biggeri (Istat): presidente contro tutti

19/05/2004


      19 maggio 2004

      IL PERSONAGGIO

    Biggeri, presidente contro tutti.
    A destra e a sinistra

    Messo alla guida dell’Istituto nel 2001 dal governo Amato, ora è criticato da Cdl e opposizione

    ROMA – Che cosa si dissero Silvio Berlusconi e Luigi Biggeri, quel giorno di metà gennaio dello scorso anno, non si è mai saputo. A chi glielo chiese, il presidente del Consiglio rispose che era stato un colloquio «riservato». Certo è che qualche giorno dopo, proprio a ridosso della scadenza prevista dalla legge sullo spoils system per la conferma o la cacciata dei presidenti degli Enti pubblici, il premier in persona smentì di voler sostituire il presidente dell’Istat. Così Biggeri è rimasto al suo posto. Berlusconi si era convinto che, a dispetto delle polemiche, era la persona giusta al posto giusto? Chissà. Ma quanti si aspettavano che da quel momento in poi l’Istat avrebbe usato i guanti bianchi con il governo, sono rimasti delusi. Professore di statistica economica, era stato per quattro anni presidente dell’Associazione italiana di statistica e presidente della Commissione di garanzia per l’informazione statistica. All’epoca, la sua nomina era stata contestata dal centrodestra: non per le qualità della persona, ma, spiegò il ministro delle Attività produttive Antonio Marzano, per «una questione di metodo». La verità è che quella poltrona era troppo importante per lasciarla a cuor leggero a un uomo nominato dallo schieramento politico opposto, dove tutti erano ormai rassegnati a perdere il confronto elettorale.
    Biggeri era stato designato al posto di Alberto Zuliani, nel marzo del 2001, dall’ultimo governo di centrosinistra, quello presieduto da Giuliano Amato. La decisione era stata ratificata il 9 maggio, proprio in zona Cesarini, approfittando dell’ultimo Consiglio dei ministri prima delle elezioni politiche del 13 maggio. Appena nominato, proclamò che avrebbe difeso l’indipendenza dell’Istituto di statistica. E non ha sprecato una sola occasione.
    Nel rapporto annuale del 2001, per esempio, l’Istat argomentò che «la soglia dei 15 dipendenti non sembra rappresentare un punto di discontinuità chiaramente riscontrabile» per l’andamento dell’occupazione. Assestando una mazzata tremenda al progetto governativo di riforma dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori (il reintegro dei lavoratori licenziati senza giusta causa nelle imprese con più di 15 addetti) che proprio in quei giorni, nel maggio 2002, era oggetto di un duro scontro con i sindacati. Qualche settimana più tardi Biggeri si incaricò di correggere, al rialzo, le stime sulla pressione fiscale contenute nel Documento di programmazione economico finanziaria. E la stessa cosa avrebbe poi fatto esattamente l’anno seguente: soltanto qualche mese dopo aver delineato, nel suo secondo rapporto annuale, l’immagine di un Paese al palo, con un
    made in Italy che perdeva pericolosamente colpi.
    Né più teneri sono stati i giudizi del presidente dell’Istat sulle varie leggi finanziarie. Particolarmente bruciante è stata la bocciatura decretata dall’Istat per una delle misure del decretone di fine 2003 a cui il ministro del Welfare Roberto Maroni teneva di più: il bonus di mille euro per i nuovi nati, dal secondo figlio in poi. «La disuguaglianza nella distribuzione dei redditi familiari si ridurrebbe in modo quasi impercettibile», sentenziò alla Camera Biggeri. Provocando la reazione al vetriolo di Maroni, che definendo il bonus «una misura saggia e utile», ammonì il presidente dell’Istat ad evitare «azzardi».
    Non erano passati un paio di mesi e Biggeri presentò una indagine sulla sicurezza dei cittadini lanciando l’allarme sul «fenomeno della paura e del senso di insicurezza dei cittadini», da lui definiti «imponenti» e da prendere «seriamente» in considerazione. Messaggio di tenore opposto a quello che il centrodestra si apprestava a utilizzare nella campagna elettorale per le Europee e le Amministrative.
    C’è però da dire che in questi tre anni di governo Berlusconi l’Istat ha scontentato anche l’opposizione, che ha criticato duramente più volte i dati sull’inflazione, giudicandoli troppo ottimistici. Alle polemiche hanno contribuito anche un paio di errori nelle rilevazioni sul costo della vita (a gennaio e luglio del 2003), che hanno spinto le associazioni dei consumatori a mettere in dubbio l’attendibilità dei metodi dell’Istituto di statistica. Arrivando persino a chiedere le dimissioni di Biggeri. Nemmeno i sindacati, d’altra parte, hanno risparmiato violente critiche. E se pure il governo, almeno sul fronte dell’inflazione, ha sempre difeso l’Istat, certamente non deve aver fatto piacere al ministro dell’Economia Giulio Tremonti, impegnato a dimostrare che l’impennata dei prezzi in Italia era anche la conseguenza del
    changeover fra la lira e l’euro, apprendere che il professor Biggeri era di avviso esattamente contrario. Ecco il suo giudizio: «Dalle analisi che sono state fatte risulta che l’effetto euro è stato non rilevante per il processo inflazionistico».
    Sergio Rizzo
    /Politica