Big europei più cattivi

03/09/2010

Alcune società europee avrebbero violato i diritti internazionali dei lavoratori nei loro stabilimenti negli Stati Uniti. Questo è quanto emerge da un rapporto di Human RightsWatch (Hrw) pubblicato ieri sul sito internet dell’organizzazione non governativa che si occupa di diritti umani. Il report si intitola «Uno strano caso: violazioni della libertà di associazione dei lavoratori negli Usa da parte di multinazionali europee », ed è frutto di un’inchiesta che prese avvio all’inizio del 2005, dopo le denuncie da parte dell’Afl-Cio, la confederazione sindacale americana. Come prova delle violazioni, Hrw pubblica interviste, documenti, sentenze di tribunale e scambi di lettere con il management delle aziende coinvolte.
Un esempio tra gli altri sono le pressioni che l’amministrazione della Bosch Doboy – azienda tedesca che produce macchine per imballaggio, dal 1870 trapiantata in Wisconsin – avrebbe attuato nei confronti di 90 operai che erano in sciopero: «Se volete essere riassunti in un nuovo stabilimento vi concediamo una settimana per tornare al lavoro, altrimenti assumeremo stabilmente solo coloro che non hanno aderito allo sciopero per sostituirvi », ovvero gli strikebreakers. Da noi meglio conosciuti col termine di crumiri. Così, minacciati con la sostituzione permanente, gli operai si sono visti costretti ad accettare il diktat aziendale per non perdere il loro lavoro. Anche se l’uso di questa pratica negli states è legale, il Comitato per la libera associazione (Cfa) dell’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo), ha ritenuto applicabili gli articoli del diritto internazionale, dato che appare chiaro come in tal caso vi
sia un’incompatibilità con la libertà di associazione dei lavoratori. Tanto più che la stessa azienda – come anche le altre compagnie europee citate nel report – sia in patria, sia in altri paesi rispetta tali diritti, così come gli articoli e le direttive stabilite dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Sembra proprio che, sottolinea Hrw, le multinazionali europee,quando operano oltreoceano – dove la legge protegge di meno i lavoratori –, si sentano in dovere di non tenerne conto. Le infrazioni contestate alle multinazionali sono quelle relative agli articoli dell’Ilo numero 87 del 1948 sulla libertà sindacale e la protezione del diritto sindacale; e numero 98 del 1949 sul diritto di organizzazione e di negoziazione collettiva. Alcune accuse sono relative alla minaccia verso i lavoratori che cercavano di aprire cellule sindacali; altre di spionaggio di dipendenti che svolgevano le attività sindacali e licenziamento di alcuni di questi.
Le grandi compagnie multinazionali implicate nell’inchiesta sono soprattutto tedesche e francesi. Oltre alla Bosch, viene preso di mira il gigante della telefonia mobile Deutsche Telekom che possiede T Mobile Usa – il quarto operatore di telefonia del paese – e la Deutsche Post, attraverso la sussidiaria Dhl Express, il terzo più grande servizio privato di spedizioni negli Usa. Sempre tedesca è la Siemens, multinazionale leader mondiale nel settore dell’elettronica. Altre imprese sono le francesi Saint Gobain (componentistica) e Sodexo (servizi catering), l’inglese Tesco (una delle maggiori compagnie mondiali nel campo della grande distribuzione), la norvegese Kongsberg Automotive, che fabbrica componenti auto, e la Gamma holding & National Wire Fabric, società olandese attiva nel campo dei prodotti tessili e di rivestimento. Le repliche alle accuse non si sono fatte attendere. «Possiamo dire che questi casi non rispecchiano per nulla i rapporti di lavoro in essere – ha detto il portavoce di Deutsche Post, Dirk Klasen – e alcuni sono già stati risolti a nostro favore in tribunale». Gli ha fatto eco Christian Schwolow della Deutsche Telekom, che invece solleva dei dubbi sulle prove alla base del rapporto.