Biagi, un’eredità ancora senza pace

18/03/2005
    venerdì 18 marzo 2005

    sezione: PRIMA – pagine 1 e 6

    TRE ANNI DOPO

      Biagi, un’eredità ancora senza pace

        Di Guido Gentili

          Marco Biagi, lo spirito vero di un riformismo coraggioso, mai di parte, padre della legge 30 che porta il suo nome e che sta dando buoni risultati.

          Oppure: Marco Biagi, sì, un grande giuslavorista, un uomo indifeso ucciso barbaramente, e però cosa c’entra lui con quella brutta legge di riforma del mercato del lavoro che ci si ostina a chiamare " Biagi", e che anzi va abrogata, o quanto meno modificata nella sua filosofia essenziale perché è il simbolo del lavoro precario? Sono passati tre anni dall’assassinio per mano dei brigatisti rossi che misero nel mirino l’ " azione riformatrice" (dal Patto per Milano al " libro bianco" sul lavoro) di un tecnico dotato di grande visione, editorialista del Sole 24 Ore, che collaborò attivamente sia con i governi di Centro sinistra sia con quello di Centro destra di Berlusconi, come sta scritto nella rivendicazione dell’assassinio.

          Eppure, per l’uomo che, lasciato senza protezione, nel suo ultimo anno di vita continuò a lavorare nella piena consapevolezza di essere inseguito da un destino inesorabile e che anche da morto dovette subire (« Biagi? Un rompiscatole ») l’amputazione della memoria civile, una vera pace ancora non è maturata.

          L’eredità del suo pensiero, invece di fornire spunti positivi di confronto per il futuro, rischia di rimanere impigliata in contese ideologiche e partitiche. Il suo stesso nome in capo a una legge — che ovviamente non sarà perfetta e per la quale è prevista non a caso una verifica — è tirato di qua e di là. La paternità delle sue idee, chiare e moderne, è sminuzzata dai distinguo: sì, no, però, non avrebbe voluto, aveva ragione ma fino a un certo punto.

          Colpisce che anche sui terreni non battuti dal radicalismo antagonista affiori l’idea di ricominciare sempre daccapo, gettando a mare, in pratica, la " legge Biagi" senza discutere nel merito dei risultati fin qui ottenuti. Si dibatte ancora sul filo di continuità che lega il " pacchetto Treu" messo a punto dal governo Prodi nel 1997 ( al quale lavorò Biagi) alle norme della legge 30. Dai vertici dell’Unione si fa strada l’idea che l’attuale opposizione, se arriverà a governare, presenterà modifiche parziali ma sostanziali alla legge sul lavoro.

          Biagi considerava il mercato del lavoro italiano il peggiore d’Europa e proprio per questo, per aprirlo e renderlo al contempo meno precario, progettò un percorso riformista. Ben sapendo che sarebbe iniziata una corsa a ostacoli, non una tranquilla passeggiata. Tre giorni prima di essere ucciso, il 16 marzo 2002, mi inviò il suo ultimo editoriale che lui stesso propose, quasi profeticamente, con questo titolo: « Il dado è tratto: modernizzazione o conservazione? » Biagi non mise mai un punto davanti alle sue idee. La sua bussola riformista, sempre sganciata dalle convenienze di partito, non prevedeva fermate tattiche. Nemmeno quando i segnali di minaccia erano divenuti inequivocabili. « Sono isolato — mi diceva — gli amici sono pochi, sento intorno a me il vuoto » .

          Anche l’università, il suo mondo professionale cui tanto aveva dato, aveva finito, in larga parte, col tirarsi indietro, sibilando sottotraccia che Biagi era di fatto diventato il " consigliere del Principe". E il professor Pietro Ichino, " eretico" di sinistra, confermando quell’isolamento politico e accademico, riferì proprio su questo giornale della convinzione di Biagi: una sorta di " cordone sanitario" era stato dispiegato attorno alla sua persona. Una pagina tremenda di storia recente la cui lettura deve servire a non compiere nuovi errori per il futuro. Una pagina da superare una volta per tutte ricordando il servizio civile di un uomo libero e sempre disponibile al confronto.

          I sorrisi gelidi e indifferenti dei brigatisti che hanno colpito a morte Biagi e D’Antona e che ora sono dietro le sbarre sono anch’essi la faccia di un vuoto che va riempito. Sul piano giudiziario, individuando i suggeritori occulti di questi assassinii.

          Sul piano politico, insistendo con convinzione nel percorso riformista senza distinzione di casacche politiche e senza pregiudiziali di sorta.
          Ha scritto due anni fa il senatore diessino Franco Debenedetti che la tragica fine di Biagi consegna ai riformisti di entrambe le parti « la necessità di non dimenticare che ci sono accordi, nell’interesse del Paese, da perseguire talora anche quando scomuniche e minacce fanno sentire il loro raggelante peso » .

          Sono parole da sottoscrivere, ieri come oggi. Bisogna guardare avanti insieme, aggredendo con spirito innovativo il futuro. Come faceva Marco Biagi.

          gentili. guido@ libero. it