«Biagi per me è come D’Antona per Bassolino»

08/07/2002


6 luglio 2002



«Biagi per me è come D’Antona per Bassolino»

La relazione Sorge trasmessa al comitato parlamentare: ricostruito come si comportarono i responsabili delle forze dell’ordine a Roma, Milano e Bologna nella vicenda della protezione tolta al professore

      ROMA – Mercoledì 5 settembre 2001, una settimana dopo aver ricevuto un «appunto riservato» del ministro del Welfare Roberto Maroni, l’allora prefetto di Roma Giuseppe Romano andò a trovarlo nel suo studio. Voleva parlare di persona della situazione di quel consulente considerato a rischio ma rimasto senza scorta, il professor Marco Biagi. Maroni tornò a spiegare che Biagi si sentiva in pericolo per via di strane e minacciose telefonate, Romano ripetè che dagli atti in suo possesso non risultavano particolari allarmanti, almeno nella capitale. Maroni lo congedò con una frase che, sei mesi più tardi, sarebbe suonata come un triste e drammatico presagio. «Io sono molto preoccupato – disse il ministro – perché ritengo che Biagi sia particolarmente esposto. Per farle capire come stanno le cose le faccio un’equazione: Biagi sta a me come Massimo D’Antona stava a Bassolino». Romano tornò nel suo ufficio. Evidentemente colpito da quel paragone, decise di lasciarne traccia in un appunto che lesse durante la riunione del comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza convocato il 18 settembre successivo. Quel documento è stato acquisito dal prefetto Roberto Sorge nel corso dell’inchiesta amministrativa sulle procedure che hanno portato alla revoca della protezione all’uomo assassinato a Bologna il 19 marzo scorso. La sua relazione conclusiva sarà ora inviata dal neo-ministro dell’Interno Pisanu al comitato parlamentare di controllo sui servizi di sicurezza.
      Dopo le nuove sollecitazioni di Maroni e prima ancora di convocare il comitato provinciale, il prefetto Romano contattò il questore di Roma, Giovanni Finazzo, per riesaminare la situazione del professor Biagi. Da tre mesi il consulente del ministero del Welfare non era più protetto dalla «tutela» nelle sue trasferte romane, come aveva stabilito lo stesso prefetto il 9 giugno 2001, e ribadito in due successive occasioni, il 23 giugno e il 3 luglio. Ogni volta era stato proprio il questore Finazzo a riferire che, nella capitale, non c’erano più elementi per ritenere «attuale e riscontrata» la minaccia nei confronti della «personalità in questione». Un anno prima, quando ricopriva lo stesso incarico a Milano e un piccolo attentato alla sede della Cisl aveva rilanciato l’allarme terrorismo, lui stesso aveva fatto assegnare un uomo di scorta a Biagi, che all’epoca collaborava con il Comune di quella città alla realizzazione del Patto per il Lavoro.
      A settembre 2001 Finazzo tornò ad informarsi coi suoi colleghi di Bologna. Chiese notizie più specifiche sul tenore delle telefonate minatorie. Ma le risposte che ottenne non furono tali da suggerire ripensamenti. Secondo quanto accertato dalla polizia attraverso l’esame dei tabulati, alcune chiamate non erano mai arrivate, mentre altre erano state effettuate da luoghi e persone che Biagi conosceva e frequentava. Come quella del 20 luglio, denunciata come una minaccia. Gli investigatori controllarono gli orari delle telefonate in entrata sull’apparecchio di Biagi, e riuscirono a rintracciare chi aveva chiamato all’ora indicata del professore: un uomo con il quale il consulente del ministro Maroni aveva avuto precedenti contatti. Fu rintracciato e interrogato, ma spiegò che in quel colloquio non c’era stata alcuna minaccia. Successivamente, informato della scoperta della polizia, lo stesso Biagi ridimensionò l’episodio.
      Con questo e altri esempi la questura di Bologna rassicurò Finazzo. Anzi, visto che si avvicinava la scadenza della revisione trimestrale, gli fu annunciato che probabilmente al professore sarebbe stata revocata la «tutela» anche nella sua città. Tanto bastò al questore di Roma per ribadire, nella riunione del comitato provinciale del 18 settembre, che dagli atti investigativi non risultavano pericoli né concreti né attuali. Il comitato si adeguò. Del resto appena tre giorni prima era arrivata la circolare del ministro dell’Interno Scajola che raccomandava di recuperare uomini dai servizi di protezione. L’indomani, 19 settembre, anche il comitato provinciale di Milano decise di revocare la tutela a Biagi, e la settimana seguente Bologna fece la stessa cosa. Quasi contemporaneamente, il 25 settembre, il prefetto Romano fu arrestato su ordine della magistratura napoletana (con accuse dalle quali è stato poi scagionato) e rimosso dall’incarico. Del caso Biagi non ebbe più modo di occuparsi, e il professore che continuava a invocare aiuto rimase definitivamente solo. Di lì a sei mesi, il paragone che Maroni aveva fatto tra lui e D’Antona per l’attività che svolgevano in vita divenne una tragica realtà anche per il modo in cui hanno trovato la morte.
      Nella sua relazione il prefetto Sorge ricostruisce tutti i particolari, mettendo a fuoco l’operato delle varie questure e prefetture che si occuparono della vicenda. E stigmatizzando – secondo quanto riferisce chi ne ha già letto il contenuto – proprio il comportamento degli uffici di polizia di Bologna e di Roma. Non a caso Finazzo è stato ascoltato più di una volta da Sorge, e a Bologna, oltre al questore Romano Argenio, è stato interrogato il capo della Digos Vincenzo Rossetto, responsabile delle indagini sulle telefonate vere o presunte ricevute da Biagi. Le conclusioni di Sorge non hanno comunque portato a nessun provvedimento disciplinare da parte dell’ex-ministro Scajola. Anzi, dopo aver messo «sotto accusa» il sistema di assegnazione e revoca delle scorte, Scajola ha nominato proprio Finazzo direttore del nuovo Ufficio centrale per la sicurezza che d’ora in avanti si occuperà della protezione delle persone ritenute a rischio.
      Ma dopo l’omicidio di Marco Biagi, i fascicoli sulle minacce al professore hanno assunto rilevanza anche per chi sta dando la caccia ai suoi assassini. C’è infatti una singolare coincidenza tra l’ultima delle otto telefonate denunciate dalla vittima (inizio autunno 2001) e la revoca totale dei servizi di «tutela». Da quanto risulta, da allora il consulente di Maroni non segnalò altre minacce, né tornò a sollecitare protezioni. Forse perché lo riteneva ormai inutile, forse perché effettivamente le telefonate sospette cessarono. Un particolare che gli investigatori giudicano inquietante perché è proprio quello il periodo in cui – presumibilmente – le Brigate rosse hanno cominciato la loro «inchiesta» sull’obiettivo da colpire.
Giovanni Bianconi
Fiorenza Sarzanini