Biagi, le lettere del professore riaprono il caso

01/07/2002







(Del 29/6/2002 Sezione: Interni Pag. 4)
PUBBLICATE SU UNA RIVISTA NO GLOBAL: ARRIVEREBBERO DALL´ENTOURAGE DELL´ECONOMISTA
Biagi, le lettere del professore riaprono il caso
La procura di Bologna: in quelle che abbiamo noi non ci sono le accuse a Cofferati

Fabio Poletti
inviato a BOLOGNA

Implorava lo Stato di non essere abbandonato. Accusava Sergio Cofferati di essere un «nemico». Sentiva di essere in pericolo Marco Biagi, il consulente del ministro del Welfare Roberto Maroni, ammazzato a Bologna a colpi di pistola dalle Brigate Rosse il 19 marzo scorso. Lo sentiva e lo scriveva. Al ministro Maroni, al sottosegretario Sacconi, al Prefetto di Bologna, al presidente della Camera Casini, al direttore di Confindustria Parisi e anche ad un’amica. Sei lettere via e-mail, alcune inedite per la stessa Procura che indaga sull’omicidio del giuslavorista, che «qualcuno molto vicino a Marco Biagi» ha voluto che uscissero. Le lettere, una «depurata» delle accuse a Cofferati, vengono lasciate venti giorni fa nella casella della posta di «Zeroincondotta», una rivista dell’area no-global di Bologna. «Mi era stato annunciato l’arrivo di questo floppy disk, ho deciso di pubblicare le lettere tranne quella all’amica perché troppo personale», racconta il direttore del quindicinale Valerio Monteventi che è anche consigliere comunale di Rifondazione comunista. «Non dirò mai chi me le ha date, ma si tratta di una persona molto vicina a Biagi», aggiunge il consigliere, che vuole tutelare la sua fonte. Dice solo che la pubblicazione è stata concordata con i familiari del professore ucciso: «Li ho contattati attraverso un legale, martedì scorso mi hanno dato il nulla osta». Le cinque lettere finiscono anche a «Repubblica», al giornale le dà lo stesso consigliere. Il quotidiano fa le verifiche e poi le pubblica. Anche quella a Parisi con la doppia versione. La prima, arrivata al direttore generale di Confindustria il 2 luglio dell’anno scorso, dove Biagi scrive: «Non vorrei che le minacce di Cofferati (riferitemi da persona assolutamente attendibile) nei miei confronti venissero strumentalizzate da qualche criminale». Una frase che «Zeroincondotta» non pubblica: «Nel floppy disk non c’era, è stata tolta da chi me lo ha dato. Non voleva che la cosa venisse strumentalizzata. Non voleva che si parlasse di Cofferati e non delle responsabilità di chi ha tolto la scorta a Marco Biagi, malgrado ricevesse continue minacce». Una «censura» intenzionale, sembra di capire. Una «censura» operata da un amico, forse da uno dei più stretti collaboratori di Biagi all’università di Modena, scandalizzato per la fine delle inchieste sulla mancata tutela a Biagi, una aperta dal ministro dell’Interno Scajola, l’altra frutto di varie interrogazioni parlamentari, chiuse senza colpevoli, senza responsabili. Una «censura» che a posteriori sembrano condividere i familiari del collaboratore di Maroni, che attraverso un legale bolognese dicono solo: «Ribadiamo la nostra ferma volontà di rimanere estranei a polemiche politiche, dai contenuti oscuri, che con il loro clamore rischiano di offuscare una tragica vicenda umana». Anche la procura di Bologna non sapeva nulla dell’esistenza di queste sei lettere. Enrico Di Nicola, procuratore capo, lo spiega così: «Ai nostri atti ne risultano solo tre, a Maroni, al Prefetto e a Casini. Ma non si fa alcun riferimento a Cofferati». Non mette in dubbio, l’originalità dei messaggi. Semplicemente racconta quello che ha in mano, le lettere consegnate dal Prefetto di Bologna. E chissà quante altre ce ne sono, visto che solo il 20 giugno Stefano Parisi della Confindustria, interrogato dai magistrati, non ha fatto cenno alla lettera che gli era arrivata. Quella dove si parla di Cofferati. E un investigatore, un ufficiale dei carabinieri che da mesi indaga sull’omicidio del giuslavorista, invita alla prudenza: «Noi ci occupiamo solo di fatti penali, non ci interessano le valutazioni politiche. Le lasciamo ad altri». Non c’è niente negli atti della procura di Bologna su Sergio Cofferati. Non c’è niente di niente, se non qualche sommario identikit degli assassini visti anche dal figlio di Marco Biagi e tre lettere via e-mail, più il floppy sequestrato ieri. In procura ammettono che non sono state nemmeno completate le analisi sugli hard disk dei computer di Biagi. Quelli che potrebbero contenere altre lettere, magari diverse e più numerose delle sei che si conoscono oggi, dove il docente universitario di Modena raccontava ad amici e collaboratori «il timore è che per me si ripeta un altro caso D’Antona». Non sono state fatte nemmeno le analisi sul provider dove il professore, usando la casella elettronica dell’università di Modena dove insegnava Diritto del lavoro, ha lasciato le tracce del suo grido di aiuto mai raccolto. Un lavoro semplice, per i tecnici che devono seguire il filo elettronico lasciato nella rete dall’indirizzo «biagi@unimo.it». Un lavoro mai fatto in tre mesi, che ha convinto uno dei collaboratori più stretti di Marco Biagi a rendere pubblico il «testamento» del collaboratore di Maroni.