“Biagi 1″ La sua lezione: costruire ponti non barriere (M.Tiraboschi)

14/03/2005
    sabato 12 marzo 2005

      sezione: DOSSIER MARCO BIAGI- pagina 15

      La sua lezione: costruire ponti non barriere

        di Michele Tiraboschi

        Innovazione organizzativa, competitività, capitale umano. Se ne è parlato molto, negli ultimi mesi, e con particolare enfasi. Soprattutto nel nostro Paese. Il tema, in realtà, non è affatto nuovo. Almeno per quanti, come Marco Biagi, avvantaggiati da una prospettiva di analisi interdisciplinare saldamente ancorata allo scenario comunitario e internazionale di riferimento, da tempo avevano lanciato il segnale d’allarme.

        Marco Biagi non era però incline alla retorica del declino.
        Era un ottimista. Un combattente, per natura e formazione.
        Testardamente convinto della possibilità di recuperare il terreno perduto. Non utilizzava parole magiche, oggi tanto di moda, come ricerca, sviluppo, risorse pubbliche. Credeva piuttosto in un rinnovamento culturale. In uno scatto di orgoglio del nostro Paese e, soprattutto, delle generazioni più giovani che si faceva carico di motivare ed educare dal suo laboratorio modenese. Già nei primi mesi del 2001 aveva sollecitato proprio dalle colonne del Sole 24 Ore decisori politici, opinion makers e parti sociali ad abbandonare ogni residua resistenza verso una innovazione legislativa, e ancor di più organizzativa e gestionale, coerente non solo con le istanze di competitività delle imprese, ma anche attenta alla qualità del lavoro e alla piena valorizzazione del capitale umano. E indicava senza esitazione negli obiettivi di Lisbona, allora poco noti al grande pubblico e visti con diffidenza dagli addetti ai lavori, le linee guida per orientare il complesso processo di modernizzazione del nostro mercato del lavoro.

        Decisiva, in questa prospettiva, era la riforma di quello che Marco Biagi giudicava il peggior mercato del lavoro d’Europa, in ragione dei bassi tassi di occupazione e della scarsa capacità di innovazione delle imprese, a fronte di una economia sommersa capace di assorbire ben oltre il 20/ 25 per cento del Pil. E per questo ha speso gli ultimi mesi della sua breve vita nella progettazione di un ambizioso disegno riformatore delle condizioni di incontro tra domanda e offerta di lavoro, volto a incrementare drasticamente i tassi di occupazione regolare e, con essi, la dotazione di capitale umano del nostro Paese. Eliminando forme di concorrenza sleale, basate sull’utilizzo improprio delle collaborazioni e sul sempre più massiccio ricorso al lavoro nero, Marco Biagi immaginava un mercato non solo maturo, ma anche più giusto e inclusivo. Un mercato al tempo stesso più dinamico e competitivo perché funzionale alla produzione di nuova ricchezza e di maggiore benessere per tutti.

        Molti, in questi anni, lo hanno ricordato come economista, largamente condizionati da quanto detto e scritto di lui già all’indomani dell’agguato terroristico a Bologna. Ma questa definizione non gli avrebbe fatto piacere e, comunque, non gli si addiceva per formazione accademica e impostazione mentale. Marco Biagi era un giurista del lavoro. Un giurista indubbiamente sui generis, in quanto poco incline ai formalismi e a quel dogmatismo fine a sé stesso a cui hanno largamente attinto i più accaniti oppositori della sua riforma. Ed era orgoglioso di esserlo, perché convinto del ruolo strategico del diritto del lavoro nella competizione internazionale. Marco Biagi è stato il primo a credere in un nuovo diritto delle risorse umane, convinto com’era che, nella dimensione dell’economia della informazione e della conoscenza, i paradigmi dello sviluppo economico e quelli dello sviluppo sociale tendono inevitabilmente a convergere nella valorizzazione della persona.

        Di qui l’invito, oggi più che mai attuale, ad abbandonare una logica di confronto di breve respiro. « Le parti sociali ammoniva Biagi devono ritrovare le convergenze per coltivare una nuova progettualità nella gestione delle risorse umane e dei rapporti collettivi di lavoro, modernizzando il sistema delle regole che dovrà diventare sempre più concordato e meno indotto dall’attore pubblico ».

        Soffrirebbe Marco Biagi nel vedere oggi lo stallo che si è creato attorno alla sua legge: quella legge Biagi che pure ha contribuito a mantenerne vivo il ricordo e la progettualità agli occhi di tutti. Soffrirebbe perché il suo obiettivo era costruire ponti non elevare barriere, e perché il suo linguaggio era lontano da ogni faziosità e logica di parte. I fatti parlano ora a favore del suo lavoro e del suo impegno civile. Dobbiamo tutti serenamente riconoscere, dopo i primi mesi di sperimentazione, che la riforma Biagi nulla ha a che fare con la mercificazione del lavoro, ma anzi rappresenta un passaggio imprescindibile per far compiere quel necessario salto di qualità al nostro mercato del lavoro nell’interesse comune di lavoratori e imprese. Per quanti hanno avuto la fortuna di condividere anche solo idealmente con lui un pezzo di strada, coltivare la verità sulla sua legge è oggi l’unico modo concreto per testimoniare la sua passione civile e forse anche per evitare che sia reso totalmente privo di senso il suo sacrificio.

        Tiraboschi@ unimore. it