Bertinotti: «non voglio la crisi, ma il rischio c’è»

06/07/2007
    venerdì 6 luglio 2007

    Prima Pagina (segue a pagina 3) – Economia

      IL COLLOQUIO

      Il presidente della Camera avverte gli alleati: il programma di governo deve essere rispettato

        "Sulle pensioni non voglio la crisi
        ma ammetto che il rischio esiste"

          Bertinotti: socialmente intollerabile alzare l´età per gli operai

          Massimo Giannini

            «Non possumus…». C´è un´indignazione vera, ma anche una sofferenza acuta, nelle parole di Bertinotti. Discutiamo da un´ora, nel suo studio a Montecitorio. Sulla riforma delle pensioni, oggi come nel 1998, il governo di centrosinistra rischia di cadere. E dopo un lungo colloquio con il presidente della Camera, si capisce che il pericolo è reale. Rifondazione comunista (di cui Fausto il Rosso resta il faro, nonostante il riserbo istituzionale che s´è imposto) non può accettare né lo «scalone» di Maroni, né lo «scalino» di Damiano. Non può accettare nessun innalzamento «in corsa» dell´età pensionabile per la categoria degli «ultimi nella moderna gerarchia sociale»: gli operai. Quelli che «hanno lavorato duro per una vita». Quelli ai quali, oggi, non puoi dire «lavora un altro anno». Su questo punto non c´è vincolo di coalizione che tenga. Ogni violazione del patto che lo Stato ha sottoscritto con queste persone «sarebbe socialmente intollerabile». Bertinotti usa la formula di Pio IX ai tempi della Questione Romana: «Non possumus».

            Non è un monito a Prodi. Non è una minaccia al governo. Il presidente della Camera non vuole condizionare la trattativa, mettere veti alla maggioranza, imporre la linea al suo partito. Fa un ragionamento politico-culturale. Parte da lontano, e ripete quello che ha scritto nell´editoriale della rivista «Alternative del socialismo», in uscita nei prossimi giorni: «La sinistra si trova oggi di fronte a una sfida drammatica, forse la più difficile della sua storia: quella dell´esistenza politica. Quello che si affaccia è l´orizzonte di un vero e proprio declino». Di fronte alla ventata di «organicismo liberista» che attacca in radice la politica, «l´eredità del movimento operaio del ’900 rischia di essere cancellata». «Io – aggiunge – resto ancorato al cleavage destra-sinistra, e resto affezionato all´idea di sinistra che ci ha insegnato Norberto Bobbio, con il suo discorso sull´uguaglianza».

            «Vede – ragiona il leader – io capisco che la politica è sempre più lontana dalla gente. Ma non posso accettare che lo "straniamento" si spinga fino a questo punto. Non posso accettare che i politici non sappiano più cos´è la vita delle persone in carne ed ossa». Una volta, soprattutto a sinistra, le cose non andavano così. «Ricordo Giorgio Amendola, che veniva alla Quinta Lega di Mirafiori, guardava in faccia quelle persone, ci parlava. Poi il partito decideva a modo suo, ma c´era ascolto, c´era dialogo. Oggi no. Oggi il problema delle pensioni viene declinato in due soli modi. Si dice che l´età pensionabile va innalzata perché le aspettative di vita si sono allungate, e perché il sistema non è in equilibrio dal punto di vista finanziario». Sono risposte «agghiaccianti». «Dove sono le donne e gli uomini, dietro queste risposte?». C´è quasi rabbia, nelle parole del presidente della Camera: «Ci sono 130 mila persone che l´anno prossimo hanno maturato il diritto ad andare in pensione. Molte hanno lavorato 35 anni in fabbrica, 48 ore a settimana. Con salari minimi, con turni massacranti. Per loro andare in pensione è come raggiungere un´oasi. E se tu gli sposti l´oasi, anche solo di un metro, commetti un delitto sociale. Un delitto che noi non possiamo e non vogliamo commettere…».

            Questo, dunque, è il paletto invalicabile della trattativa. Qualunque intervento sull´età pensionabile deve «salvare» i diritti acquisiti degli operai. «Sono pochi? Può darsi. Ma io voglio guardare negli occhi ed ascoltare le lavoratrici tessili del biellese, o i lavoratori metalmeccanici che non hanno avuto la fortuna di trovarsi un Marchionne come capo-azienda. Sono persone che hanno maturato un diritto sacrosanto, e noi abbiamo il dovere di garantirglielo. E sa perché? Non per ragioni "di classe", come qualcuno potrebbe pensare. Ma proprio per l´idea di sinistra che ci ha insegnato Bobbio, quella che ruota intorno all´uguaglianza. Nella nostra società questi sono gli "ultimi". Questi sono i "deboli". E io, che rifiuto l´idea di vederli contrapposti ai giovani in un presunto e per me insostenibile "conflitto generazionale", voglio difenderli. È esattamente questa la ragione per cui noi facciamo politica, e la ragione che nel secolo scorso ha consentito alla stessa politica di raggiungere il suo punto più alto, ponendosi l´obiettivo della trasformazione radicale della società».

            Questa visione, che i suoi critici definiranno vetero-operaista, non lo spaventa: «Certo, diranno che sono classista, diranno che sono conservatore. Ma in realtà garantire i diritti acquisiti a quelle persone è una risposta doverosa persino nell´ottica del "capitalismo compassionevole"…». Quello che Fausto il Rosso non accetta è che il problema di quelle «persone in carne ed ossa» venga rimosso, come se non esistesse. «L´ho detto a Padoa-Schioppa, quando è stato qui da me: io capisco che il tuo vincolo è l´equilibrio finanziario. Ma tu cosa rispondi al mio vincolo, che invece è la tutela che dobbiamo a quei lavoratori?». Allo stesso modo, non sopporta che il problema venga aggirato, con quella che chiama «la formula ambigua dei lavori usuranti». «Che vuol dire lavori usuranti? C´è chi dice che è usurante fare la maestra d´asilo. E come dovremmo definire allora il lavoro di chi fa il turnista in un´azienda meccanica, o di chi passa la giornata davanti a una pressa? Sono pronto a sostenere il confronto in un´assemblea sindacale, di fronte ai lavoratori del pubblico impiego. Sono pronto a spiegare perché è legittimo chiedere a loro di andare in pensione più tardi. Durante la vita lavorativa, hanno beneficiato di condizioni che un operaio non raggiungerà mai: contratti, orari, disciplina normativa, livelli retributivi, garanzie occupazionali. Non è giusto difendere la disuguaglianza di condizioni mentre si lavora, e poi pretendere l´uguaglianza solo quando si va in pensione».

            Come si può trovare l´intesa, al tavolo con le parti sociali, il presidente della Camera non può e non vuole dirlo. «Non sta a me indicare soluzioni. Le trovino loro…». Purchè le trovino. Ignorare il tema non si può: «Capisco un approccio alla Sarkozy, che brutalmente dice ai lavoratori "vi do più soldi, vi detasso gli straordinari, purchè lavoriate di più". Per me è una soluzione impraticabile. Ma è il segnale che si riconosce l´esistenza di un problema, anche se gli si dà una soluzione sbagliata». Qui, secondo Bertinotti, si rischia di dare una soluzione sbagliata proprio perché non si vuole vedere il problema. E la ragione, secondo le parole usate nell´editoriale per la sua rivista, sta anche e soprattutto «nell´insidia neo-borghese», cioè in quella tendenza di una certa classe dirigente, nel mezzo della transizione incompiuta, a voler «precludere alle sinistre critiche ogni possibilità di essere attive nei processi politici». Il «manifesto» di Montezemolo all´assemblea di Confindustria è «la punta dell´iceberg». E´ il paradigma di una strategia che mira innanzitutto a «sradicare la sinistra dal Nord del Paese», dove c´è «la frontiera dell´innovazione capitalistica europea», e dove «se sei a rischio come sinistra di alternativa, sei a rischio per il futuro». E in subordine, mira a «cancellare le categorie di sinistra e di destra», in nome di una presunta «neutralità» delle politiche e di una palese «inutilità» della politica. E punta a creare uno spazio in cui, alla fine, «tutto diventerebbe centro». Nelle sue diverse versioni e nelle sue possibili conformazioni.

            Lui non lo dice espressamente. Ma c´è una sponda politica, per questo disegno tecnocratico. E non è solo quella di Casini. È anche quella di Dini. Stretta in questa tenaglia, secondo l´analisi di Bertinotti, la sinistra radicale ha due doveri. Il primo è accelerare al massimo «sulla costituente del soggetto unitario e plurale della sinistra di alternativa», che deve ambire alla «ricerca sul socialismo del XXI secolo». Il secondo è riaffermare con orgoglio il suo «non possumus» sulla previdenza. La domanda cruciale è: fino a che punto? Si può arrivare a una crisi del governo Prodi sulle pensioni, come accadde nel ´98? Il presidente della Camera pesa le parole: «Non si può escludere nulla. Certo oggi le condizioni sono diverse dal ´98. Allora facemmo una scelta politica dolorosa ma necessaria. Prodi scelse una strada che noi non potevamo imboccare, e decidemmo di riprenderci la nostra autonomia. Ma allora c´era solo un patto di desistenza. Oggi c´è invece un´alleanza organica, e c´è un programma comune che, piaccia o no, tutti gli alleati hanno sottoscritto. Oggi tutti, da Rifondazione al Pdci ai Verdi, capiscono che questo governo e questa maggioranza rappresentano l´equilibrio più avanzato possibile, per le forze della sinistra di alternativa. Dunque nessuno vuole la crisi. Ma questo non vuol dire che il rischio non c´è…».

            Il quadro politico è così «sfarinato», si sarebbe detto ai tempi di Rino Formica, che Fausto il Rosso vede un pericolo diffuso, e annidato ovunque: «Le pensioni arriveranno al voto qui alla Camera in autunno. Ma prima avremo l´ordinamento giudiziario, con le tensioni tra Mastella e Di Pietro. Poi c´è un altro focolaio, tra conflitto d´interessi e riforma delle tv. Per non parlare della legge elettorale, che resta sullo sfondo, irrisolta…». Insomma, Bertinotti non lo dice, ma applica al governo la metafora del «vestito liso»: si sta logorando, e dunque si può strappare. In ogni momento, e in qualunque sua parte. Per evitarlo c´è un solo modo: una guida politica forte. Molto più forte, molto più incisiva. Che guidi i processi, e non si faccia travolgere. Ma questo è un problema che non si può porre al presidente della Camera, perché riguarda solo il presidente del Consiglio.