Bersani vince le Primarie – Franceschini: ora tocca a lui

26/10/2009

Pier Luigi Bersani è il segretario del Pd. «Farò il leader del Pd,malo farò a modo mio. Non il partito di un uomo solo ma un collettivo di protagonisti» ha detto il leader eletto del Partito democratico. Per Dario Franceschini «non è il giorno della delusione, ma è una festa per tutti perché ha vinto il Pd». E Ignazio Marino non ha nascosto la soddisfazione per l’affermazione della sua mozione. Ma innanzitutto c’è stato da parte di tutti entusiasmo per un risultato che nessun scrutinio avrebbe potuto mettere in discussione.
La partecipazione straordinaria è stata da subito un dato inconfutabile. Incredibile, al di là delle previsioni. Così come il messaggio che era stato mandato da tanta gente che con quel voto ha voluto trasmette un desiderio di buona politica e anche di unità in un partito fin qui troppo impegnato in sterili dispute interne. Alla tredicesima ora, allo scoccar delle venti, a seggi appena chiusi ma non per i tanti votanti ancora in fila, c’era già un risultato. Inconfutabile.
Al di là del segretario è stato evidente che i democratici ci sono. Sono un popolo compatto e combattivo. Che crede nelle Primarie. Ci sono ovunque. Lungo tutta la penisola, nella grandi città e nei piccoli paesi, nei luoghi in cui si soffre di più per la mancanza del lavoro e lì dove il lavoro c’era ed è stato perso, nelle periferie e nei centri storici, in montagna e in vista del mare. Non solo nelle roccaforti di quelli che furono i partiti tradizionali della sinistra e del centro, uniti poi nella sfida di dare all’Italia un grande partito capace di rispondere alle esigenze concrete ed al cuore di chi ancora crede nella politica,ma ovunque. A dispetto di un centrodestra che mastica amaro già solo davanti ad una affluenza incredibile e identifica in essa i segnali di uno«sbando» che invece, data la innegabile tensione che regna nel governo, sembra appartenere più a chi trancia il giudizio. E’ la solita questione della trave e della pagliuzza…
Il popolo del Pd che non è restato a casa. Ed ha affollato i gazebo, in fila, ordinato, passando il tempo, a volte anche ore, a discutere e confrontarsi. A commentare, inevitabilmente, un fatto doloroso come quello che ha visto coinvolto il governatore del Lazio, che qualcuno l’ha anche demoralizzato, ed diventato per tutti un’altra «nottata» da far passare. Come tante altre prove, anche se di diversa natura, che però non sono riuscite ad indebolire la passione, la
speranza e la fiducia di chi ha fatto la fila, ha detto nome e cognome, ha messo mano al portafoglio ed ha dato almeno due euro per mettere due croci sulle schede convinto così di garantirsi un futuro migliore. Se Berlusconi si dice sicuro di poter fare di tutto perché ha il popolo alle spalle, ebbene da ieri c’è la certificazione che c’è tutto un altro popolo che alle sue spalle non ci sta e farà di tutto perché lui se ne torni a casa. Democraticamente. Ma a casa. In modo che l’Italia torni ad essere un paese normale, senza un solo padrone che pensa innanzitutto ai propri interessi.
Che la giornata fosse di quelle da non dimenticare lo si era capito già alla prima rilevazione sull’affluenza. Alle 11,30 della mattina erano quasi novecentomila quelli che si erano recati ai seggi. Un segnale confortante che, facendo un po’ di grossolani conti, lasciava intendere che alla chiusura sarebbe stato registrato un risultato entusiasmante. Che uno dopo l’altro, una croce dietro l’altra, in una domenica di fine ottobre riscaldata da un tiepido sole, si era andato costruendo un muro invalicabile da chi crede di essere l’unico che conta e può decidere in questo paese. Ovviamente da solo. Dall’altra parte ci sono quei quasi tre milioni con cui fare i conti. Al di là di tutto, dunque, restano quelle tredici ore di voto in cui è stato dimostrato che il popolo del Pd c’è.