Bersani a Termini «Siamo con voi, non dovete mollare»

17/02/2010

Li aspetta fuori i cancelli della fabbrica, al cambio turno, quando il vento da Monte San Calogero fa volare i cartelloni della protesta e sposta la pioggia di qualche chilometro. «Sono qui per portarvi la solidarietà di tutto il Partito democratico e per dirvi che questa battaglia non la dobbiamo perdere, non dovete perdere la speranza ». Pier Luigi Bersani dà la mano alle tute blu della Fiat di Termini Imerese, il gigante buono di cemento che nei decenni passati significava speranza e sviluppo e oggi rischia di trasformarsi nel mostro degli incubi degli isolani. Altro che rilancio e riconversione: Marchionne sostiene che qui il lavoro costa troppo, meglio produrre altrove. E il governo, dice il segretario, con la minaccia di togliere gli incentivi «ha reso più facile alla Fiat defilarsi », tanto che non siede a nessun tavolo. Il marchio italiano sbarcato negli States, con l’operazione Crysler, ora rischia di infliggere il colpo più forte proprio in Sicilia, dove i mali del continente arrivano amplificati e si radicano come gramigna. «Il Pd è un partito fondato sul lavoro, come la Repubblica, noi ci crediamo e per questo Termini Imerese non può chiudere, né questa può essere una questione solo siciliana, solo meridionale: è una questione nazionale, ne va del sistema produttivo di tutto il Paese». Comizio improvvisato su un marciapiede, dura critica al governo: «È stato un errore – dice il segretario – minacciare di togliere gli incentivi, perché ad un’azienda che produce oltre 4 milioni e mezzo di veicoli cosa volete che importi di una riduzione di centomila auto?». C’è chi applaude e chi fa domande, tutti vogliono risposte. Hanno lo sguardo lungo, che va oltre il rischio di mobilità dell’oggi, guardano ai loro figli, all’economia locale che si muove intorno a Termini: sono 2.088 le persone legate al futuro dello stabilimento, tra dipendenti diretti e indotto. E in una Regione che nell’ultimo anno ha perso 56mila posti di lavoro e ha visto aumentare la disoccupazione dal 13’1% al 13’3% la prospettiva di veder chiudere questi cancelli nel 2012 è insostenibile. «Vogliamo sapere dal segretario
del più grande partito di opposizione cosa intende fare per il nostro stabilimento », chiede durante mattutino nell’aula consigliare con amministratori e sindacati, Roberto Mastrosimomzegarelli ne, segretario Fiom. «Sto facendo uno sforzo disperato perché l’agenda del Paese metta al centro il tema sociale del lavoro – risponde Bersani -, ma parlano di altro, di protezione civile, processo breve…». Quella di Termini è una storia che conosce bene, se ne occupò da ministro con il governo Prodi, fu lui a lavorare al famoso Piano A della Fiat, «ci avevo creduto davvero»: raddoppio della produzione e dell’occupazione, con un piano di rilancio di governo e Regione per un investimento di oltre 1,2 miliardi di euro. Invece caddero il governo nazionale e quello regionale e i soldi finirono nel Fondo Strategico per il Paese. Si passò al Piano B, 550 milioni di euro per la produzione della nuova Y. Una bufala, perché nel frattempo sono cambiate le strategie, Termini non serve più. «Così non va bene– dice l’ex ministro – Fiat deve assumersi le sue responsabilità, sedersi al tavolo con lo scopo di tenere aperto lo stabilimento e restarci fino a quando non si trova una soluzione concreta. Non ne servono dieci o dodici, ne serve una». Ed è in Europa che si deve ridiscutere tutta la partita della produzione di automobili, «l’occasione è la riunione dei ministri dell’industria, che si terrà fra una settimana circa. Bisogna decidere dove diminuire la produzione e dove puntare sul potenziamento della qualità, perché non è possibile che in Italia si producono il 30% delle automobili che si comprano e in paesi come la Francia se ne producano il 105%». Una strategia allargata ai paesi Ue e una certezza: non è all’Italia che si può chiedere di ridurre la produzione. La Fiat, invece, deve imporsi di «guardare avanti », puntare sulla ricerca e sulle nuove tecnologie, mentre il Paese deve uscire dallo schema mono marchio, «non si spiega perché la Spagna pur non avendone uno produce più auto di noi». Filippo Bua, addetto alla “finizione”, va dal segretario e gli stringe la mano: «Sei il primo politico che viene qui, eppure tra governo regionale e parlamento ne abbiamo fatti eleggere 90». Ci sono le maschere di Carnevale disegnate ad hoc, Marchionne vampiro, e ci sono uomini che raccontano di tutta una vita passata lì dentro, «con turni massacranti » ma la certezza di uno stipendio. È un pezzo di Sicilia che se ne frega dell’assistenzialismo e dei privilegi non sa che farsene. Bersani se ne va con un impegno preso davanti a decine e decine di lavoratori: tenere
aperte le porte del Nazareno, «dove un gruppo costituito ad hoc lavorerà per Termini Imerese e il comparto auto » e vigilare perché questa storia non finisca come le altre, con cordate fragili come quei pezzi di collina che stanno venendo giù a Sanfratello, nel messinese, inghiottendo un intero paese