Berlusconi: trattiamo sul lavoro, a tutto campo

24/04/2002
La Stampa web






(Del 24/4/2002 Sezione: Economia Pag. 16)
IL PREMIER A VALENCIA: «RIFORMARE LE PENSIONI? PER ADESSO APRIRE UN TAVOLO E´ SENZ´ALTRO PREMATURO, MA CHE NOSTALGIA PER LA MIA RIFORMA DEL `94»
Berlusconi: trattiamo sul lavoro, a tutto campo
L´Europa rivede le stime e avverte l´Italia: deficit lontano dagli obiettivi

inviato a VALENCIA

Il confronto coi sindacati «va aperto su tutti i temi del lavoro», annuncia Silvio Berlusconi a margine della Conferenza euromediterranea. «Tenendo presente», aggiunge il premier, «che siamo il paese dove ci sono meno persone che lavorano, che grazie alla medicina l’età media è andata all’insù, e che se qualcuno smette di lavorare troppo presto sono gli altri a doverlo mantenere fino, si spera, oltre gli 80 anni…». Parole intese dai cronisti come un preannuncio: il governo intende mettere le pensioni sul tavolo del negoziato con le forze sociali. Un’agenzia di stampa ne ha dato subito notizia, e il premier s’è affrettato a precisare in conferenza stampa: «Non ho nessuna intenzione di sollevare questo tema coi sindacati, non è previsto alcun tavolo nell’immediato, non c’è nulla di attuale, ne riparleremo più avanti». Più avanti, sottolinea, e «con buonsenso». Intanto sul governo italiano piovono richiami e cattive previsioni. La Bce chiede riforme struttuali della finanza pubblica mentre Bruxelles si appresta a ufficializzare questa mattina che senza manovre correttive l´Italia non potrà raggiungere il pareggio di bilancio. Insomma, altri argomenti che giocano a favore del premier. Buonsenso, nel linguaggio berlusconiano, è però sinonimo di cautela. Il presidente del Consiglio sa che sulle pensioni non si scherza, l’ha imparato a proprie spese nel 1994, e dunque maneggia con circospezione perfino la parola «riforma». Detta così, «sembra che si voglia andare verso qualcosa che non si conosce, verso un futuro incerto». Niente di più sbagliato: «Si debbono cambiare quelle cose che non funzionano con una politica pragmatica, concreta, che bada al sodo», ma dietro l’angolo «non c’è niente di rivoluzionario» in grado di terrorizzare gli elettori, specie alla vigilia delle urne (il 26 maggio 13 milioni di italiani voteranno per comuni e province). Insomma, il premier promette che in materia previdenziale terrà l’atteggiamento «del buon padre di famiglia che dice: signori, queste sono le entrate, queste le situazioni, vediamo tutti insieme come si possono affrontare». L’obiettivo è di «far quadrare i conti», cioè chiudere «il cerchio delle disponibilità finanziarie», definire «il numero dei lavoratori che dobbiamo avere in più rispetto a quelli attuali…». Non subito, non adesso, ripete Berlusconi, ma è chiaro che il nodo pensionistico impegna la sua riflessione. Ieri, da Valencia, il capo del governo ha apertamente confessato di «provare una piccola nostalgia per la mia riforma di otto anni fa, resto convinto che era quella di cui avremmo avuto bisogno» (prevedeva un aumento dell’età pensionabile a ritmi più sostenuti della riforma-Dini). Fosse riuscito a farla passare, oggi non ci sarebbe da far fronte «alle richieste che ci vengono dall’Europa». Nel recente Consiglio europeo di Barcellona, fa presente Berlusconi, «sulle prime si era detto che l’età pensionabile andava innalzata a 64 anni. Poi, dopo una discussione con intervento molto forte di Jospin, la formula è cambiata e si è parlato di incremento di cinque anni nell’attività lavorativa». Resta il fatto che «sulle pensioni l’Europa chiama tutti gli Stati membri a cambiare la situazione attuale». E dunque, pur con tutta la ponderazione del caso, non potrà essere ignorato l’argomento. Di certo, polemizza il premier, «non sono questioni che si risolvono con lo sciopero generale. Passato lo sciopero, i problemi rimangono esattamente quelli di prima». Insomma, conclude il ragionamento Berlusconi, «dobbiamo arrivare a una regolamentazione del mercato del lavoro che tenga presenti tutte queste esigenze». E per dimostrare quanto l’argomento tocchi la generalità dei cittadini, il presidente del Consiglio confida: «Una volta consideravo i disoccupati come delle persone sfortunate che avevano un loro problema. Viceversa adesso ho capito che rappresentano un problema anche per quanti lavorano, costretti a mantenere in famiglia anche i giovani senza lavoro». Dunque, non più una somma di casi individuali, bensì un grande dramma sociale.

Ugo Magri