Berlusconi sfida i sindacati

01/10/2003


01 Ottobre 2003

retroscena
Augusto Minzolini

LA STRATEGIA DEL CAVALIERE PREVEDE UNA FORTE CAMPAGNA MEDIATICA A SOSTEGNO DEL GOVERNO
Berlusconi sfida i sindacati
per dividere anche la sinistra

Il premier pensa ad una lunga battaglia a difesa della riforma

ROMA
C’E’ chi, quelle quattro ore di sciopero generale a livello regionale le ha prese subito male, anche se, in ossequio alla liturgia sindacale, le dava per scontate: «E’ la dimostrazione della loro arretratezza – sospira Fabrizio Cicchitto, uno dei consiglieri del Cavaliere -. Noi abbiamo proposto una linea morbida per affrontare il problema delle pensioni e loro hanno risposto subito con lo sciopero generale». E c’è, invece, chi si aspettava qualcosa di «peggio» e «subito» per cui ha dato di quella decisione una lettura opposta. «Mi sbaglierò – sospetta Ferdinando Adornato, uno degli ideologi di Forza Italia – ma mi è sembrata una mezza resa. Quattro ore… fra un mese… forse hanno capito che possono ficcarsi in un grosso guaio».
Naturalmente la verità sta nel mezzo. E Silvio Berlusconi, da quella notizia avuta poco dopo mezzogiorno eppoi corredata dalle solite gole profonde che albergano nel sindacato come nel governo con una lunga serie di particolari sulle intenzioni future di Cgil, Cisl e Uil (si parla di uno sciopero generale di otto ore e a novembre), ha tratto solo una convinzione: «Era nelle cose ed è il primo segnale che abbiamo di fronte una campagna lunga». Appunto, lunga come quella sull’articolo 18 che caratterizzò tutto l’inverno scorso: «Questa volta però, – è l’incitamento del premier ai suoi – non dobbiamo compiere gli stessi errori. Dobbiamo occuparci con attenzione della campagna mediatica e rimanere uniti come coalizione. Del resto abbiamo scelto noi l’argomento della sfida, che sia poi di confronto o di scontro dipende dal sindacato. Tutti sanno che le pensioni andavano toccate, lo hanno fatto in Francia come in Germania. Governi di destra e di sinistra europei. E lo sanno bene anche di là, nella sinistra di casa nostra, che il nostro è un passo obbligato. Anche loro nella scorsa legislatura ci hanno provato. La nostra scelta di metterci le mani, in prospettiva dovrebbe fare comodo anche a loro. Adesso vedremo quale è il tasso di riformismo della sinistra più moderata. Sempre che ci sia…».
E già, lo schema dell’operazione lanciata dal Cavaliere è più o meno racchiuso per intero in questo ragionamento. Il primo dato su cui si basa il premier – tratto da una serie di sondaggi – è che l’argomento pensioni non è più tabù per la gente: l’opinione pubblica si aspettava una riforma del sistema previdenziale e la posizione maggioritaria si è spostata da un «no» tout-court ad una particolare attenzione all’equità del provvedimento. Insomma, il capo del governo è convinto che non è più riproponibile l’atmosfera del ‘94, con la piazza in rivolta. Eppoi spera che l’argomento si trasformi in un cuneo per dividere nel centro-sinistra i riformisti dai massimalisti o, in subordine, per spingerli nelle fauci di Bertinotti. Del resto, la scorsa legislatura tutti i leader dell’Ulivo che passavano per Palazzo Chigi recriminavano sul fatto che in Italia non ci fosse mai stata una Thatcher che avesse ridisegnato lo stato sociale (si tratta di un dalemismo Doc). La riforma del sistema previdenziale è quasi il simbolo di questa carenza perché è una necessità che nessuno ha mai negato: ad esempio, Prodi nei giorni delle manifestazioni di piazza del ‘94 contro la riforma proposta dal primo governo Berlusconi firmò un appello nel quale si sosteneva che un intervento era quantomai necessario; Lamberto Dini approvò un provvedimento in tal senso; e D’Alema proprio sulle pensioni rovinò il suo rapporto con Sergio Cofferati. Per non parlare, infine, del padre nobile di tutti gli italiani, Carlo Azeglio Ciampi, che ha il chiodo fisso della riforma previdenziale.
Per cui il Cavaliere si prepara a dividere la sua strategia in due fasi. Prima starà a guardare le ripercussioni che la mossa del governo avrà nel centro-sinistra. Specie tra i ministri c’è chi crede che non tutti nell’opposizione muoiano dalla voglia di ingaggiare una battaglia all’ultimo sangue. «Non ho di questi timori – sostiene, ad esempio, Claudio Scajola – perché la nostra proposta è equilibrata e non offre il fianco a reazioni di questo tipo. Eppoi perché sono convinto che se si gettassero in una simile avventura non troverebbero nessun seguito e non raccoglierebbero nessun consenso». «Noi speriamo che qualcosa di là accada – ammette un altro ministro, Antonio Marzano -. Ho visto che Enrico Letta ha assunto una posizione interessante. Del resto non abbiamo ancora presentato un disegno di legge. Eppoi D’Alema ci ha sempre rinfacciato di non avere svolto nel nostro paese il ruolo della Thatcher. Beh, anche noi vogliamo cambiare l’Italia, ma mentre la lady di ferro non incontrava i sindacati, noi li riceviamo». In questa fase, quindi, il premier userà molto fair play nei confronti dei suoi interlocutori: ieri dopo un lungo batti e ribatti il Cda Rai – qualcuno azzarda che ci sia lo zampino di Palazzo Chigi di mezzo – ha deciso di mandare in onda una mezza diretta sulla manifestazione sindacale di sabato. Poi, però, se nel centro-sinistra non succederà nulla lo scontro si radicalizzerà. Tra chi ritiene inevitabile questo scenario c’è il coordinatore di Forza Italia, Sandro Bondi. «E’ un’illusione – osserva – immaginare che nel centro-sinistra ci sia ancora un’area riformista. Ci sono solo alcuni individui. D’Alema? Interpreta il peggior cinismo che c’è in politica. Giorni fa in 24 ore ha ricordato Craxi e lodato Di Pietro. Ora è pronto a fare qualunque cosa pur di andare a braccetto con Cofferati. Magari anche un altro referendum sulla riforma delle pensioni che ci apprestiamo a varare ».
Proprio in questi ultimi concetti di Bondi c’è la seconda fase della strategia berlusconiana. In uno scontro forte, infatti, anche l’area moderata dell’Ulivo verrebbe risucchiata da Rifondazione e il Cavaliere, che con la mossa dell’altro ieri ha visto risalire le sue chance tra gli imprenditori, ne sarebbe ben contento. Così Berlusconi si prepara a quest’ennesima battaglia con due incubi e un sogno: gli incubi gli provengono dall’esperienza del suo primo governo che cadde anche sulle pensioni e l’inutile braccio di ferro sull’articolo 18 dell’anno scorso. La speranza, invece, risale quasi a vent’anni fa, quando Bettino Craxi vinse la sua battaglia sulla scala mobile. In quell’occasione uno scontro su poche lire (non più di 40 mila) si trasformò in una battaglia di principio che cambiò i rapporti di forza nel sindacato e cambiò il volto alla sinistra. Anche la riforma previdenziale del governo Berlusconi è considerata da tutti un approccio morbido al problema. Ma se il Cavaliere riuscisse davvero a realizzarla potrebbe rilanciare il suo governo e mettere in subbuglio la sinistra di oggi.