Berlusconi rinvia a dopo il voto il taglio delle tasse

19/05/2004

19 Maggio 2004


IL PREMIER AL TG4 ANNUNCIA «RIDUZIONI PER TUTTI». PER L’OPPOSIZIONE «E’ LA SOLITA TRUFFA»
Berlusconi rinvia a dopo il voto il taglio delle tasse
«Illustreremo tutte le novità prima delle elezioni, ma le attueremo poi»

Roberto Giovannini

ROMA
Contrordine: niente riduzione delle tasse prima delle elezioni. O meglio: stante il persistente disaccordo tra i partiti della Casa della Libertà su dove tagliare la spesa e chi premiare con gli sgravi fiscali, stanti le grandi difficoltà nell’individuare le risorse necessarie, prima del 13 giugno non arriverà l’annuncio di una riforma dell’Irpef. Una riforma che in ogni caso sarebbe stata presentata solo nella Finanziaria di autunno, e che sarebbe entrata in vigore solo dal primo gennaio del 2005. A comunicare la notizia ci ha pensato lo stesso presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, che poco prima di volare negli Stati Uniti per i suoi incontri con Bush e Annan, in una intervista al «Tg4» ha dovuto ammettere il rinvio a dopo le elezioni. Un annuncio concordato con gli alleati del centrodestra, con i quali in questi giorni non è stato possibile trovare una intesa, e che naturalmente è stato accolto dall’opposizione come una chiara conferma dello spirito elettoralistico dell’operazione sulle imposte.
Un’accusa che il premier non accetta, anche se nelle scorse settimane Berlusconi aveva sottolineato come il varo del provvedimento fosse imminente, e aveva dichiarato di «metterci la faccia». «Il centrosinistra ci accusa di agire in una logica elettorale – dichiara – noi invece non vogliamo questo, ed infatti personalmente sto pensando che illustreremo le riduzioni fiscali prima delle elezioni, ma le attueremo dopo». Insomma, sulla carta è sempre possibile che il piano per l’Irpef (o almeno le sue caratteristiche) venga illustrato in una delle prossime riunioni di Consiglio dei ministri. In ogni caso, per Berlusconi il progetto mirerà a ridurre le imposte «a tutti, partendo però da coloro che guadagnano fino a 140 milioni di vecchie lire». Perché, spiega, «è assolutamente infondato dire che noi vogliamo favorire i ricchi».
Una richiesta, quella di un rinvio del progetto, che in pratica era stata formulata esplicitamente dagli alleati della Cdl, timorosi di uno spot elettorale pro Forza Italia, e per niente soddisfatti delle indicazioni del piano che Berlusconi e il ministro dell’Economia Giulio Tremonti avevano illustrato nel vertice di maggioranza di qualche giorno fa. Il dissenso c’era ed è rimasto, e soprattutto si è rivelato non componibile: An, Udc e Lega avevano contestato l’idea di intervenire anche sull’aliquota massima del 45%, e non c’era intesa nemmeno sui tagli da attuare immediatamente (anche con lo scopo di rimettere in carreggiata i conti pubblici del 2004) in vista di una riforma fiscale che partirebbe dal 2005. Il vicepremier Gianfranco Fini incassa: «È la conferma che il presidente del Consiglio e l’intero governo agiscono in una logica che non è elettoralistica», commenta il vicepremier, secondo cui «il governo agisce con la volontà di una riforma del carico fiscale compatibile con la revisione della spesa pubblica e quindi con l’individuazione dei necessari tagli senza intervenire su spesa sociale e sicurezza». Un rinvio «positivo e opportuno», dice il leghista Roberto Calderoli, e il ministro del Welfare Roberto Maroni ribadisce che in ogni caso il taglio delle tasse deve partire dalla riduzione dell’Irap per le piccole imprese e dalla introduzione del «quoziente di reddito familiare».
Certo è che il centrosinistra ha buon gioco a denunciare l’annuncio di Berlusconi come lo smascheramento della «ennesima truffa agli italiani». Questa l’opinione di Dario Franceschini, della Margherita, mentre per Enrico Letta il rinvio «è il segno della deflagrazione della Cdl». «Come al solito annunci che non corrispondono a fatti concreti», ironizza il leader dei Ds Piero Fassino. «Ai tempi della Dc i politici promettevano una scarpa prima e una dopo le elezioni, ora resta solo la… “sola”», prende in giro il rifondatore Franco Giordano, mentre per Antonio Di Pietro l’annuncio «non farà né caldo né freddo, tanto a Berlusconi non crede più nessuno».
Intanto, ieri è stato diffuso (anticipato da «l’Unità») una sorta di «memorandum interno segreto» del ministero dell’Economia. Nel documento, in cui si illustra lo schema caldeggiato da Tremonti, a un certo punto si legge che con una riforma fiscale finalizzata a dare impulso all’economia e accompagnata da altre riforme strutturali, allora «si può anche andare oltre il 3%» nel rapporto deficit/pil. Secca la smentita del ministero dell’Economia, che definisce il testo «una pura invenzione». Una smentita che non convince la diessina Laura Pennacchi, secondo cui il testo «ammette platealmente ciò che la trimestrale di cassa indica implicitamente: il deficit pubblico è già al 3,7% del Pil».