«Berlusconi, non finisce qui»

29/07/2004


            giovedì 29 luglio 2004



            «Berlusconi, non finisce qui»
            Contro la legge sulle pensioni fermate nelle fabbriche del Nord. Aspettando settembre

            Felicia Masocco


            ROMA A Montecitorio l’opposizione ha dato battaglia alla maggioranza e al governo rallentando il corso del voto di fiducia sulle pensioni mentre in decine di fabbriche del Nord i lavoratori hanno risposto con fermate di contrasto al provvedimento che attacca pesantemente i loro diritti. Scioperi unitari proclamati dai delegati si sono avuti o si terranno oggi in molti stabilimenti della Lombardia, alla ST Microelettronica, alla Nuova Faema, e poi Bitron, Padovani, AifoIveco, Clever Balfour, Ceme, Colombo, Mattei, Maestri e l’elenco potrebbe continuare. Fermate di un’ora o due, e ugualmente è avvenuto alla Siemens, all’Ansaldo, alla Candy, come riferiscono i Cobas.

            È il colpo di coda della protesta partita una settimana fa e che ha attraversato il Paese, decisa da Cgil, Cisl e Uil in giugno quando ancora non erano chiari i tempi di approvazione della riforma, né si vedeva la fine della telenovela sulla fiducia, annunciata e negata un’infinità di volte. Una protesta poco più che simbolica rispetto alla gravità del provvedimento, e forse non raccoglie appieno il malcontento diffuso che c’è tra i lavoratori. Ora si guarda a settembre. I leader delle confederazioni hanno ripetuto che il sindacato metterà in campo «ogni forma di pressione» per cambiare la riforma. «Il governo non si illuda – attacca Morena Piccinini della segreteria Cgil – non avrà le mani libere sui decreti delegati. Ci batteremo giorno per giorno contro tutte le brutture della delega». La partita non è chiusa, la decisione sul come e quando procedere (sulle pensioni, ma anche sul Dpef) spetta all’assemblea unitaria dei delegati, ma c’è chi come la Fiom chiede che già da ora si mettano in cantiere le iniziative di lotta necessarie, fino allo sciopero generale, convinta che il movimento sindacale debba compiere «una scelta di rottura profonda» con le politiche di questo governo». La Cub, i sindacati di base, la decisione di proclamarne uno a settembre l’ha già presa insieme a quella di dar vita a fermate immediate in tutta Italia.


            Dai metalmeccanici della Cgil la promessa di non fare sconti, è in preparazione una campagna capillare per informare i lavoratori sul «sequestro» del Tfr e «per contrastare ogni iniqua forma di sottrazione del sacrosanto diritto alla scelta su come utilizzare una parte della propria retribuzione». Si suggerirà, in pratica, di scegliere un fondo contrattuale oppure di tenere per sé la liquidazione e di non versarla né all’Inps, né alle assicurazioni private. La stessa proposta era venuta di recente dal numero due della Uil Adriano Musi. E ieri anche i Sincobas hanno fatto sapere che la porranno al centro di una loro campagna.


            Il «mercato delle pensioni» va boicottato. Si tratta di una sorta di effetto collaterale della riforma. Fiumi di denaro sono attesi dai mercati di finanziari pronti a capitalizzare il trasferimento del Tfr ai fondi di previdenza complementare. «La lobby delle assicurazioni brinda alla decisione del governo, Mediolanum in testa in barba al conflitto di interessi in capo al presidente del Consiglio», commenta ancora Morena Piccinini. Brindano e si preparano a «dettargli le regole attuative in materia di previdenza complementare».


            Un altro «effetto collaterale» lo subiranno i lavoratori già penalizzati dalle ristrutturazioni, dai tagli dei posti di lavoro. È la Fiom a denunciare la grave situazione in cui verranno a ritrovarsi quei lavoratori messi in mobilità fino alla pensione: per gli accordi di ristrutturazione firmati dopo il primo marzo di quest’anno, infatti, la riforma sarà applicata così come è. Questo significa che nel 2008 i lavoratori in mobilità che non avranno ancora raggiunto i nuovi requisiti per l’anzianità (60 anni e 35 anni di contributi, oppure 40 anni di contributi a prescindere dall’età anagrafica»), si ritroveranno in mezzo a una strada, «troppo vecchi per lavorare ma anche troppo giovani per andare in pensione». Alla Tecnosistemi sono in 300 a correre questo rischio.


            «Continueremo a contrastare la riforma», ha detto ieri Savino Pezzotta che ha rimproverato al governo l’aver fatto una riforma «inficiata dal fantasma dei conti pubblici». «Se è un problema di bilancio, non si può scaricare solo su alcuni». «Faremo – dice Luigi Angeletti – tutte le pressioni da qui al 2008 per far cambiare almeno la parte che obbliga le persone a restare al lavoro fino a 60 anni». La Cgil si è scontrata direttamente con Fini. Porre la fiducia è stato un atto di «irresponsabilità», ha accusato la segretaria confederale Marigia Maulucci nel corso dell’incontro sul Dpef. «La fiducia è uno strumento che il regolamento del Parlamento consente ai governi», ha replicato il vicepremier, «il nostro non è stato un blitz». «La riforma è una mascalzonata», insiste il sindacato di Corso d’Italia, «fa parte di un disegno di distruzione dei diritti dei lavoratori. La contrasteremo in ogni modo».