Berlusconi: lo sciopero generale non ci fermerà

15/04/2002








(Del 14/4/2002 Sezione: Economia Pag. 7)
IL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO AGLI IMPRENDITORI: «SIETE COSI´ TANTI DA FARE INVIDIA A COFFERATI. BISOGNA TORNARE AL TAVOLO CON I SINDACATI DOPO IL 16 APRILE»
Berlusconi: lo sciopero generale non ci fermerà
«Il governo non ha perso tempo, superato egregiamente il primo tagliando»

        dall’inviato a PARMA

        Il governo non ha paura dello sciopero generale e nemmeno delle critiche della Confindustria, ma tira dritto per la sua strada «per mantenere tutti gli impegni presi con gli elettori». A tre giorni dallo sciopero indetto da Cgil, Cisl e Uil, Silvio Berlusconi mostra i muscoli, chiama la sua maggioranza a serrare i ranghi nel nome delle riforme e, in un lungo intervento al convegno annuale degli industriali, spiega di non avere incertezze: «Martedì si fermerà una parte del Paese, ma non si fermerà la nostra determinazione a modernizzare il Paese». Apre con una battuta, il presidente del Consiglio. Alla platea degli industriali dice: «Siete così tanti da fare invidia a Berlusconi». Poi entra nel vivo, avanza il «sospetto di uno sciopero politico contro il governo», ma assicura di voler evitare uno scontro totale con il sindacato («Non siamo così irresponsabili da cercare la rottura a cui ci sfidano alcuni dei nostri avversari»), annunciando di voler «riaprire il tavolo del dialogo dopo lo sciopero del 16 aprile». Per questo rivolge un appello alle parti sociali perché tornino alla trattativa sulle riforme: «Ai sindacati diciamo: tornate al tavolo del negoziato e ragionate degli interessi veri dei lavoratori, e anche di quelli che un lavoro non ce l’hanno». Agli industriali invece chiede di rinnovarsi, di fare investimenti e di creare posti di lavoro: «Dimostrate con i fatti che non è la voglia di licenziare ma quella di assumere che vi spinge a chiedere modifiche dell’articolo 18». Un anno fa, in questa stessa sede, Berlusconi mandò in visibilio gli imprenditori scandendo: «Il mio programma è il vostro programma». In questi giorni i vertici di Confindustria sono apparsi più freddi e hanno lamentato l’incertezza dell’esecutivo nel mettere in atto le riforme della previdenza e il promesso taglio delle tasse. Venerdì Tremonti e Fini sono venuti a Parma per sottolineare che le somme non si possono tirare dopo soli nove mesi, il premier invece rivendica le cose fatte e chiede agli imprenditori di seguirlo «con coraggio» sulla via delle riforme. «Il governo – sottolinea – non ha perso tempo, ha subito messo in campo riforme strutturali e ha superato egregiamente il tagliando dei primi dieci mesi. Ora si tratta di accelerare in questa direzione per trarre il massimo vantaggio dalla ripresa economica che si rafforzerà nella seconda parte dell’anno». Nessuna tentazione di galleggiamento («Non ci faremo impantanare nella logica del "tirare a campare"»), ma anzi la rivendicazione di aver «mantenuto tutti gli impegni presi» dodici mesi fa. «Sento per intero il dovere di non deludere le aspettative», afferma, e si lancia in un lunghissimo excursus sul significato e sul valore del riformismo. Parte da lontano: «"Chi avvia le riforme deve avere un coraggio da leone", diceva il nostro buon vecchio Machiavelli, e scriveva: "Nulla di più pericoloso per un governo che fare le riforme…"». Descrive un’ Italia con «due partiti trasversali»: conservatori e riformisti e sollecita i più tiepidi tra gli imprenditori a schierarsi: «Nello scontro in atto tra conservatori e riformisti non è consentito stare a guardare da semplici spettatori». «Anche la sinistra dovrebbe recuperare le sue radici riformiste, ma purtroppo – afferma rivolto in particolare a D’Alema – dobbiamo constatare che o non ne ha il coraggio o forse ha le mani legate da troppi veti. Tocca dunque a noi di fare quello che serve all’Italia senza farsi intimidire». Segue un lungo e dettagliato elenco delle cose fatte, a partire da quelle che stanno a cuore ai padroni di casa: Tremonti bis, riforma del diritto societario e della tassa di successione; racconta che negli ultimi mesi il tasso di crescita dell’occupazione è stato il più alto degli ultimi dieci anni e nel finale affronta i tasti dolenti. La pressione fiscale non è calata? La colpa, per il Cavaliere, è dei governi dell’Ulivo. «Avremmo voluto abbassare le tasse da subito ma l’Europa ci ha chiesto di sanare prima l’extra-deficit, quella pesante eredità lasciata dai governi precedenti. Ma lo faremo comunque dal prossimo anno, cominciando ovviamente dai redditi più bassi». Ammette che la legge per l’emersione del sommerso non sta dando i risultati previsti, tanto che si dice disponibile a «modificarla per migliorarla». Infine torna a parlare dello scontro sulla flessibilità e i licenziamenti. Rispetto ad una settimana fa però appare più cauto verso gli scioperanti: «E’ un diritto scritto nella Costituzione e nessuno lo ha mai messo in discussione, fuorché nei paesi comunisti, però constato che appare incomprensibile, giacché non si capisce quali siano gli interessi colpiti dalla parziale riforma dell’art.18. Il sospetto che si tratti di uno sciopero politico è più che giustificato. E questo gli italiani lo hanno capito bene…». Lasciando la Fiera, prima di salire in auto, non resiste però alla provocazione: «Spero che a scioperare sia solo una parte contenuta del Paese. Del resto, il sindacato rappresenta solo una parte del Paese…».

        m. cal.